giovedì 20 dicembre 2007

David Park Barnitz, “The Book of Jade”


Il minimo che ci si può aspettare parlando di questo sconosciuto autore, almeno al di fuori di una ristretta cerchia di maniaci, è sentirsi dire: “Barnitz?... E chi è?”

Tardivo erede degli Yellow Nineties ma sulla sponda opposta dell’Atlantico, poète maudit fuori sede e fuori tempo massimo, David Park Barnitz è uno dei più trascurati, elusivi, effimeri e interessanti personaggi (più che personalità) della poesia americana tra Otto e Novecento, morto giovanissimo e autore di un solo e raro libro di poesia decadente.

Nato nel 1878 nella Virginia Occidentale, la famiglia si trasferisce nell’82 a Des Moines, nello Iowa. Figlio di un dogmatico predicatore luterano, tra il 1897 e il ‘99 compie i suoi studi universitari ad Harvard ove diviene membro dell’American Oriental Society. Nel 1901 il suo primo e unico volume, The Book of Jade, viene pubblicato a New York in forma anonima: una raccolta, dedicata alla memoria di Baudelaire, di versi trasgressivi, estremi e nichilisti in una vena di ostentato decadentismo fra toni macabri e riferimenti orientaleggianti. Scontato citare, tra paragoni e influenze, i “poeti maledetti” di scuola francese, Lautreamont e Huysmans, Poe e Wilde, traslato il tutto in un singolare dandismo americano del “nuovo secolo”. Per consacrare a future memoria un libro simile, e una vita atteggiata in conseguenza, mancava solo una degna “uscita di scena” e il 10 ottobre dello stesso anno Barnitz muore, a ventitre anni, in apparenza per un attacco di cuore.

Negli stessi anni inizia ad affermarsi una poesia americana fortemente visionaria e fantastica che, in California, vedrà di lì a breve un passaggio di testimone da Ambrose Bierce a George Sterling prima, e da questi a Clark Ashton Smith in seguito. Negli anni 20 saranno alcuni dei nuovi autori e poeti del fantastico a mantenere vivo l’interesse per Park Barnitz: in una lettera del 10 luglio 1925, C.A. Smith ringrazia Donald Wandrei per avergli prestato il suo volume, dicendosene impressionato: “Se mai mi trovassi nella posizione di curare un’antologia,” scrive Smith, “includerò certamente una mezza dozzina almeno di questi poemi.”

Il 18 settembre 1932 è Howard Phillips Lovecraft a parlarne in una lettera all’amico Moe: “... e chi avrebbe potuto scrivere quell’indecente, cinico Book of Jade? – prove implicite indicano uno studente di Harvard…” E solo tre giorni dopo scrive a James F. Morton di quel “giovanotto di Harvard, Park Barnitz, che si uccise dopo aver pubblicato un notevole volume di versi decadenti,” dando evidentemente per scontata la diffusa (ma mai verificata) voce di un suicidio.

Se David Park Barnitz viene ricordato ancora oggi, si deve con tutta probabilità a questi pur brevi accenni nell’epistolario lovecraftiano, che ne hanno consentito il recupero. The Book of Jade è tornato in stampa solo nel 1998, presso l’inglese Durto Press, in una costosa edizione limitata in trecento copie a riprodurne il formato e la copertina originale, ampliandone tuttavia i contenuti con l’inserimento di altre opere al tempo pubblicate su rivista: due poesie e il saggio The Art of the Future, personale visione sullo stato e lo sviluppo dell’arte.

Nell’introduzione al volume, Mark Valentine scriveva: “Questi non sono i versi occasionali di tanti stati d’animo che furono il piatto popolare del periodo, né la cronaca di un conflitto spirituale come ci si potrebbe attendere dal libro d’esordio di un giovane pensieroso: sono tutti aspetti di una filosofia tenacemente mantenuta. Se pure Park Barnitz ha mai aderito alla fede di suo padre, non ha consentito che ciò potesse corrompere il proprio sardonico testamento in favore del suo esatto opposto. Aveva chiaramente deciso di schierarsi al fianco dei poèts maudits, Baudelaire cui destinò la sua dedica, de l’lsle Adam, Rimbaud, Nerval, Poe: e con i grandi senza-dio del momento, Nietzsche, D’Annunzio, Zola. E The Book of Jade è la sua virulenta, violenta celebrazione di tale decisione.

Nella sua postfazione all’edizione Durtro, Thomas Ligotti ipotizza che Lovecraft avesse in mente proprio Barnitz nel tratteggiare il “noto poeta baudelairiano” Justin Geoffrey col suo The People of The Monolith, “raccolta di poesia decadente” e “libro maledetto” citato ne La cosa sulla soglia (The Thing on the Doorstep, 1933). Per quanto sembri ignorare che sia il personaggio che lo pseudobiblium sono in realtà un prestito da Robert E. Howard, il quale li inventa nel suo racconto La pietra nera (The Black Stone, 1931), Ligotti non ha davvero tutti i torti e la figura ricorre, in Lovecraft, nello stesso protagonista del citato Thing on the Doorstep, in cui si legge come “Il giovane Derby aveva ulteriormente affinato il suo genio bizzarro, tanto che a diciott’anni pubblicò una raccolta di liriche deliranti dal titolo Azathoth e altri orrori.”

Non avrebbe probabilmente troppo senso parlare qui di un autore che non solo manca di una qualunque traduzione in lingua italiana, ma è persino difficilmente reperibile nell’originale. E tale era la situazione fino a qualche mese fa, quando l’alternativa a un pressoché introvabile originale del 1901 era soltanto una poco meno proibitiva e irraggiungibile riedizione.

Ma da qualche tempo The Book of Jade è diventato un accessibile sito web grazie a Gavin Callaghan, esperto e biografo di Barnitz, in collaborazione con Boyd Pearson, curatore del sito The Eltritch Dark dedicato a C.A. Smith. I testi dell’eccentrico poeta americano si rendono così disponibili sulle pagine del sito, insieme a una quantità d’altro materiale sia biografico che critico: una messe di contribuiti destinati ad arricchirsi nel futuro. Lo stesso Callaghan preannuncia una prossima nuova e più accessibile edizione della raccolta di versi, in preparazione con S. T. Joshi e David Schultz presso la Hippocampus Press.

E, ancora, chi non si accontenta dei soli testi può trovare on line la scansione integrale di The Book of Jade nella copia conservata presso la University of California, visibile o scaricabile in vari formati dalla pagina dedicata dell’Internet Archive dove, essendo il volume anonimo e gli archivisti forse non eccessivamente svegli, era finora scambiata per un’opera omonima tradotta dal cinese ed erroneamente attribuita a Judith Gautier.

Un allegro esempio per chiudere, con traduzione improvvisata solo per dare un’idea del senso:


Mankind

They do not know that they are wholly dead,
Nor that their bodies are to the worm given o’er;
They pass beneath the sky forevermore;
With their dead flesh the earth is cumbered.

Each day they drink of wine and eat of bread,
And do the things that they have done before;
And yet their hearts are rotten to the core,
And from their eyes the light of life is fled.

Surely the sun is weary of their breath;
They have no ears, and they are dumb and blind;
Long time their bodies hunger for the grave.

How long, O God, shall these dead corpses rave?
When shall the earth be clean of humankind?
When shall the sky cease to behold this death?


Umanità

Essi non sanno d’esser del tutto morti,
Né che i lor corpi son riservati al verme;
Passano sotto al cielo ancora e sempre;
Gravata è la terra di loro morta carne.

Ogni dì bevon del vino e mangiano del pane,
E fan le cose che già avevano fatto innanzi;
E ancora i lor cuori son marci fino al centro,
E dai lor occhi fuggito è il lume della vita.

Di certo il sole è stanco dei lor fiati;
Non hanno orecchi, e sono muti e ciechi;
Da molto i corpi loro anelano alla tomba.

Per quanto, O Dio, vaneggeranno queste morte salme?
Quando sarà mondata dall’umanità la terra?
Quando cesserà di vedere questa morte il cielo?


Il sito web di David Park Barnitz: www.bookofjade.com.

2 commenti:

Pietrobaldus ha detto...

Complimenti vivissimi And! Finalmente un piccolo squarcio si apre anche in Italia sul malefico “Libro di Giada”, finora lettura e rifugio esecrabilmente riservato a pochi (fortunati) Dannati. E davanti al quale persino i "Fleurs du Mal" di Baudelaire sbianchiscono i loro petali (parere del sottoscritto, of corse). La poesia decadente e mortifera di Ashton Smith, i "Fungi from Yuggoth" di Lovecraft, i "Poems for Midnight" di Wandrei, i "Frammenti di Atlantide" di Donald Sidney-Fryer, le "Visioni da una Collina" di Barlow e i “Vini della Stregoneria” di Sterling... senza la musa maledetta di Barnitz sarebbero stati – tutti! - inevitabilmente più “poveri”. Come ho già avuto modo di dirti in privato, è un vero crimine che il "The Book of Jade" resti ancora inedito da noi. Grande, a proposito, la tua traduzione estemporanea. Vale atque vale!

Andrea Bonazzi ha detto...

Thanks! Mi mancano ancora Barlow e Sydney-Fryer... (e qualche centinaio d'euro al mese per tutto quel che ho da recuperare in lingua originale!)