lunedì 31 dicembre 2007

C'è chi aspetta mezzanotte...


D'accordo, tutti ad attendere la mezzanotte, come sempre. Una volta che l'orologio ha battuto i dodici rintocchi, però, non si sa mai cosa arriva...

sabato 29 dicembre 2007

Il Passo del Serpente


Miti e leggende celtiche, cronaca e idillio si intrecciano nel primo romanzo del cele­berrimo autore di Dracula. Sullo sfondo delle colline irlandesi la storia d’amore tra un possidente inglese, Arthur Severn — pro­tagonista narratore —, e una giovane conta­dina, Norah Joyce, il cui padre è vittima di un usuraio, il malvagio Murdock. A rendere avvincente la trama saranno una leggenda e una storia, anch’essa dal sapore un po’ mitico, legate entrambe alla collina “Knockcalltecrore” — che in irlandese vuol dire “la collina del­l’oro scomparso” —, dove si racconta siano seppelliti la corona del Re dei Serpenti e il tesoro trafugato da alcuni soldati francesi del 1798. L’avido Murdock, che tiene in pugno l’intera contea “succhiandone il sangue”, è alla ricerca di questo tesoro e pur di averlo è disposto a tutto.

Pubblicato nel 1890, Il Passo del Serpente (The Snake Pass) è il primo vero e proprio romanzo di Bram Stoker dopo una breve novella “morale” dal titolo The Primrose Path, uscita a puntate sul settimanale dublinese The Shamrock nel 1875, e a seguito di una serie di racconti tra il fiabesco e il fantastico come The Crystal Cup del 1872 (in italiano La coppa di cristallo, Passigli 2007) o le storie riunite nella raccolta Under the Sunset del 1882 (Il paese del tramonto, Stampa Alternativa 1999).

Nato in Irlanda, Stoker ambienta The Snake Pass tra gli aspri paesaggi della regione occidentale dell’isola, in parte reinventati a scopo narrativo. Probabilmente ispirandosi al gotico di Joseph Sheridan Le Fanu sia nel ritratto d’ambiente che nella struttura “in accumulo” degli elementi di tensione, l’autore confeziona un mystery a tratti avventuroso, privo di autentici elementi fantastici ma pervaso di suggestioni leggendarie e fatate.

Appesantito da un sentimentalismo di maniera nel mettere in scena la canonica storia d’amore interclassista, prevedibilmente stereotipato nel ritrarre i caratteri, il romanzo trova il suo punto di forza nei capitoli iniziali nel corso dei quali il giovane inglese alquanto sprovveduto e impressionabile, proprio come il futuro Jonathan Harker nel Dracula (1897), viene introdotto alle storie e ai misteri del luogo.

Apertamente realistico nel linguaggio e nella rappresentazione del clima politico e delle condizioni di vita del tempo, Stoker adopera la riunione allo shebeen (l’osteria), durante una notte di tempesta, come palcoscenico sul quale introdurre i personaggi principali e, soprattutto, l'abile narrazione di un efficace sfondo tradizionale celtico, mitico e folkloristico basato sulla leggenda di San Patrizio, cui si attribuisce di aver scacciato via tutti i serpenti dall’isola, e la storia di un tesoro disperso durante i moti indipendentisti del 1798, appoggiati dai rivoluzionari francesi e soffocati nel sangue.

Le incantate atmosfere irlandesi faranno presa sulle fantasie del protagonista, latente elemento fantastico che tornerà ad affiorare nell’avanzare dell’intreccio, ma soltanto come esperienza onirica, un incubo premonitore che muove l’eroe in soccorso dell’amata:

“Improvvisamente ci fu un rumore orribile — una sorta di boato come di una valanga, e una specie di frullio come il battito di numerose e grandi ali. Ci stringemmo terrorizzati, aspettando il destino ormai prossimo. Poi, sopra la scogliera, si riversò l’intera massa della palude, puzzolente, fetida, terribile e con una forza incommensurabile. Proprio quando stava per toccarci e io stringevo forte a me Norah, in modo che potessimo morire insieme, e le sue grida disperate riecheggiavano nelle mie orecchie, l’enorme massa si trasformava in serpenti ripugnanti che contorcendosi si gettavano nel mare!”

Brano certamente suggestivo che, riportato a sé stante in quarta di copertina del volume, rischia di essere in qualche modo fuorviante nel presentare l’opera a un lettore occasionale dando impressione sia centrale, in essa, quell’elemento horror-soprannaturale che dall’autore di Dracula il pubblico si attende.

Il testo, complesso nel presentare incursioni frequenti nel vernacolo anglo-irlandese ottocentesco, è tradotto e puntualmente annotato da Cristina Zabeo e preceduto da un’introduzione di Franco Marucci, docente di Letteratura Inglese presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, che lo inquadra nel proprio contesto storico e letterario.

Il Passo del Serpente
Bram Stoker
Palomar di Alternative, 2007
brossura, 360 pagine, Euro 19,50
ISBN 978-88-7600-228-1


giovedì 27 dicembre 2007

Richard Allen Poppe



Ancora un caso in cui le immagini delle opere si diffondono quasi autonomamente attraverso la rete, spesso lasciando indietro il nome dell’autore a inseguirle, e disperdersi, nel percorso da un sito lovecraftiano all’altro.

Chi frequenta Ebay a caccia di horror ed eccentricità weird avrà certo incontrato le inserzioni dei suoi modelli, gli idoli realizzati su calco in resina poliestere e le analoghe rilegature di libri e album ispirate ai canonici pseudobilblia dei “miti di Cthulhu:” Manoscritti Pnakotici, Kitab Al Azif e Necronomicon, Cultes des Goules e De Vermis Mysteriis.

L’americano Richard Allen Poppe vive a Saint Petersburg, in Florida, con la moglie e i due figli. Nato in Nebraska nel 1968 e da sempre attratto dai temi del macabro e dell’orrore, si appassiona undicenne alla narrativa di H.P. Lovecraft sino a volerne portare il mondo alla vita, attraverso le proprie creazioni plastiche, commercializzate negli ultimi sei anni.

Galleria: Artifacts sul sito ufficiale The Stygian Depths.

domenica 23 dicembre 2007

H.P. Lovecraft, “L'orrore della realtà”


Howard Phillips Lovecraft, attraverso le sue opere, ha completamente rinnovato la narrativa del fantastico e dell'orrore. Quando morì – nel 1937 ad appena 46 anni – era praticamente uno sconosciuto ma nei suoi straordinari racconti, nei suoi saggi, nelle sue lettere ricche di umanità e di genio, aveva piantato i semi di una rivoluzione copernicana: soltanto oggi si comincia a capire la portata del suo influsso sulle generazioni che gli sono succedute.

In questo volume sono raccolti i passi essenziali, tratti dal suo incredibilmente vasto epistolario, in cui Lovecraft traccia le proprie idee sul mondo, la società, il fantastico, la scienza, la politica e il futuro dell'uomo, e in cui delinea i contorni di un cosmo immenso e inconoscibile, inafferrabile con la ragione, dai cui abissi emerge un fruscio d'ali di tenebra a turbare la nostra serenità fondata sull'ignoranza. Una visione apocalittica, densa d'orrore. Ma non priva di speranze.

Fra le settanta e le centomila lettere: questa la stima più prudente sulla mole del carteggio lovecraftiano, il tutto nell’arco di una vita piuttosto breve. Quasi un virtuale sostituto della conversazione diretta che, con altrettanta immediatezza ma sorprendente profondità e ampiezza di argomenti, legava lo scrittore a una vasta rete di amici, colleghi e conoscenti, rivelando sé stesso e disquisendo su tutto, componendo a volte veri saggi da decine di pagine.

H.P. Lovecraft. Lettere dall’altrove, 1993Della minima parte superstite di un così vasto epistolario, una prima selezione fu raccolta e proposta dalla Arkham House fra il 1965 e il 1977, nei cinque storici volumi di Selected Letters, mentre altre edizioni sono tuttora in via di pubblicazione negli U.S.A. tra monografie, versioni integrali e inediti.

Soltanto nel 1993 una scelta di estratti dalle Selected Letters veniva tradotta in Italia in Lettere dall’altrove. Epistolario 1915-1937, un corposo Oscar Mondadori curato da Giuseppe Lippi e, ahinoi, mai più ristampato. Poi, un lungo vuoto di riedizioni narrative o saggistiche.

A cura di Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco, L’orrore della realtà riunisce cinquanta lettere ottimamente tradotte da Massimo Berruti, alcune lunghe e pressocché integrali mentre di altre si forniscono pochi brani essenziali. Sei sole fra queste hanno già visto una traduzione nel precedente Lettere dall'altrove; inedite in italiano le altre. Non sono riportate le fonti originali, ma tutte risultano provenire dai canonici cinque volumi Arkham. Un folto apparato di note, indispensabili a una piena comprensione del contesto storico e biografico, completa l’opera insieme a sei tavole fuori testo di riproduzioni e fotografie in bianco e nero.

A parte un curioso "buco" di tre anni che salta a pié pari tutto il periodo del matrimonio e dell'esperienza newyorkese, la presente selezione può lasciare perplessi nel dichiarato intento dei curatori di “mettere in luce le principali idee di Lovecraft,” scegliendo cosa sia rappresentativo in un corpo di scritti decisamente ampio da ridurre o riassumere. Un approccio filologicamente opinabile, mai seriamente preso in considerazione negli Stati Uniti, sempre rischiando ogni mera e limitata scelta di rispecchiare le opinioni del selezionatore più che del soggetto in esame nel complesso.

Relativamente pochi spunti biografici o letterari quindi, in questa raccolta, con una visione assai meno d’insieme di quella a suo tempo fornita dalla compilazione mondadoriana, il tutto di fronte all’urgenza di assemblare una summa del lovecraft-pensiero.

L’introduzione dei veterani de Turris e Fusco, infine, si conclude con un non troppo indispensabile salto nel passato, tornando a contendersi l'autore in un tiro alla fune tutto italiano fra un'appartenenza ideologica e l’altra, rinnovando antiche polemiche e infervorandosi nel confutare che mai H.P. Lovecraft si fosse avvicinato al marxismo, prendendo a bersaglio certa saggistica di opposto schieramento (fra le righe, non è difficile intravedere un Evangelisti come quello degli articoli lovecraftiani in Alla periferia di Alphaville, 2001). Ma il pubblico, ormai, dovrebbe poter trarre da sé le proprie conclusioni sulla base del materiale disponibile… senza buoni o cattivi maestri, da qualunque direzione provengano, a interpretare per suo conto il Verbo di ogni scrittore “di culto”.

L'orrore della realtà. La visione del mondo del rinnovatore della letteratura fantastica. Lettere 1915-1937
H.P. Lovecraft, a cura di G. de Turris e S. Fusco
Edizioni Mediterranee, 2007
Brossura, illustrazioni in b/n, 300 pagine, Euro 24,50
ISBN 8827218831


(Recensione pubblicata sulla rivista Necro - anno I, numero IV, novembre 2007)

giovedì 20 dicembre 2007

David Park Barnitz, “The Book of Jade”


Il minimo che ci si può aspettare parlando di questo sconosciuto autore, almeno al di fuori di una ristretta cerchia di maniaci, è sentirsi dire: “Barnitz?... E chi è?”

Tardivo erede degli Yellow Nineties ma sulla sponda opposta dell’Atlantico, poète maudit fuori sede e fuori tempo massimo, David Park Barnitz è uno dei più trascurati, elusivi, effimeri e interessanti personaggi (più che personalità) della poesia americana tra Otto e Novecento, morto giovanissimo e autore di un solo e raro libro di poesia decadente.

Nato nel 1878 nella Virginia Occidentale, la famiglia si trasferisce nell’82 a Des Moines, nello Iowa. Figlio di un dogmatico predicatore luterano, tra il 1897 e il ‘99 compie i suoi studi universitari ad Harvard ove diviene membro dell’American Oriental Society. Nel 1901 il suo primo e unico volume, The Book of Jade, viene pubblicato a New York in forma anonima: una raccolta, dedicata alla memoria di Baudelaire, di versi trasgressivi, estremi e nichilisti in una vena di ostentato decadentismo fra toni macabri e riferimenti orientaleggianti. Scontato citare, tra paragoni e influenze, i “poeti maledetti” di scuola francese, Lautreamont e Huysmans, Poe e Wilde, traslato il tutto in un singolare dandismo americano del “nuovo secolo”. Per consacrare a future memoria un libro simile, e una vita atteggiata in conseguenza, mancava solo una degna “uscita di scena” e il 10 ottobre dello stesso anno Barnitz muore, a ventitre anni, in apparenza per un attacco di cuore.

Negli stessi anni inizia ad affermarsi una poesia americana fortemente visionaria e fantastica che, in California, vedrà di lì a breve un passaggio di testimone da Ambrose Bierce a George Sterling prima, e da questi a Clark Ashton Smith in seguito. Negli anni 20 saranno alcuni dei nuovi autori e poeti del fantastico a mantenere vivo l’interesse per Park Barnitz: in una lettera del 10 luglio 1925, C.A. Smith ringrazia Donald Wandrei per avergli prestato il suo volume, dicendosene impressionato: “Se mai mi trovassi nella posizione di curare un’antologia,” scrive Smith, “includerò certamente una mezza dozzina almeno di questi poemi.”

Il 18 settembre 1932 è Howard Phillips Lovecraft a parlarne in una lettera all’amico Moe: “... e chi avrebbe potuto scrivere quell’indecente, cinico Book of Jade? – prove implicite indicano uno studente di Harvard…” E solo tre giorni dopo scrive a James F. Morton di quel “giovanotto di Harvard, Park Barnitz, che si uccise dopo aver pubblicato un notevole volume di versi decadenti,” dando evidentemente per scontata la diffusa (ma mai verificata) voce di un suicidio.

Se David Park Barnitz viene ricordato ancora oggi, si deve con tutta probabilità a questi pur brevi accenni nell’epistolario lovecraftiano, che ne hanno consentito il recupero. The Book of Jade è tornato in stampa solo nel 1998, presso l’inglese Durto Press, in una costosa edizione limitata in trecento copie a riprodurne il formato e la copertina originale, ampliandone tuttavia i contenuti con l’inserimento di altre opere al tempo pubblicate su rivista: due poesie e il saggio The Art of the Future, personale visione sullo stato e lo sviluppo dell’arte.

Nell’introduzione al volume, Mark Valentine scriveva: “Questi non sono i versi occasionali di tanti stati d’animo che furono il piatto popolare del periodo, né la cronaca di un conflitto spirituale come ci si potrebbe attendere dal libro d’esordio di un giovane pensieroso: sono tutti aspetti di una filosofia tenacemente mantenuta. Se pure Park Barnitz ha mai aderito alla fede di suo padre, non ha consentito che ciò potesse corrompere il proprio sardonico testamento in favore del suo esatto opposto. Aveva chiaramente deciso di schierarsi al fianco dei poèts maudits, Baudelaire cui destinò la sua dedica, de l’lsle Adam, Rimbaud, Nerval, Poe: e con i grandi senza-dio del momento, Nietzsche, D’Annunzio, Zola. E The Book of Jade è la sua virulenta, violenta celebrazione di tale decisione.

Nella sua postfazione all’edizione Durtro, Thomas Ligotti ipotizza che Lovecraft avesse in mente proprio Barnitz nel tratteggiare il “noto poeta baudelairiano” Justin Geoffrey col suo The People of The Monolith, “raccolta di poesia decadente” e “libro maledetto” citato ne La cosa sulla soglia (The Thing on the Doorstep, 1933). Per quanto sembri ignorare che sia il personaggio che lo pseudobiblium sono in realtà un prestito da Robert E. Howard, il quale li inventa nel suo racconto La pietra nera (The Black Stone, 1931), Ligotti non ha davvero tutti i torti e la figura ricorre, in Lovecraft, nello stesso protagonista del citato Thing on the Doorstep, in cui si legge come “Il giovane Derby aveva ulteriormente affinato il suo genio bizzarro, tanto che a diciott’anni pubblicò una raccolta di liriche deliranti dal titolo Azathoth e altri orrori.”

Non avrebbe probabilmente troppo senso parlare qui di un autore che non solo manca di una qualunque traduzione in lingua italiana, ma è persino difficilmente reperibile nell’originale. E tale era la situazione fino a qualche mese fa, quando l’alternativa a un pressoché introvabile originale del 1901 era soltanto una poco meno proibitiva e irraggiungibile riedizione.

Ma da qualche tempo The Book of Jade è diventato un accessibile sito web grazie a Gavin Callaghan, esperto e biografo di Barnitz, in collaborazione con Boyd Pearson, curatore del sito The Eltritch Dark dedicato a C.A. Smith. I testi dell’eccentrico poeta americano si rendono così disponibili sulle pagine del sito, insieme a una quantità d’altro materiale sia biografico che critico: una messe di contribuiti destinati ad arricchirsi nel futuro. Lo stesso Callaghan preannuncia una prossima nuova e più accessibile edizione della raccolta di versi, in preparazione con S. T. Joshi e David Schultz presso la Hippocampus Press.

E, ancora, chi non si accontenta dei soli testi può trovare on line la scansione integrale di The Book of Jade nella copia conservata presso la University of California, visibile o scaricabile in vari formati dalla pagina dedicata dell’Internet Archive dove, essendo il volume anonimo e gli archivisti forse non eccessivamente svegli, era finora scambiata per un’opera omonima tradotta dal cinese ed erroneamente attribuita a Judith Gautier.

Un allegro esempio per chiudere, con traduzione improvvisata solo per dare un’idea del senso:


Mankind

They do not know that they are wholly dead,
Nor that their bodies are to the worm given o’er;
They pass beneath the sky forevermore;
With their dead flesh the earth is cumbered.

Each day they drink of wine and eat of bread,
And do the things that they have done before;
And yet their hearts are rotten to the core,
And from their eyes the light of life is fled.

Surely the sun is weary of their breath;
They have no ears, and they are dumb and blind;
Long time their bodies hunger for the grave.

How long, O God, shall these dead corpses rave?
When shall the earth be clean of humankind?
When shall the sky cease to behold this death?


Umanità

Essi non sanno d’esser del tutto morti,
Né che i lor corpi son riservati al verme;
Passano sotto al cielo ancora e sempre;
Gravata è la terra di loro morta carne.

Ogni dì bevon del vino e mangiano del pane,
E fan le cose che già avevano fatto innanzi;
E ancora i lor cuori son marci fino al centro,
E dai lor occhi fuggito è il lume della vita.

Di certo il sole è stanco dei lor fiati;
Non hanno orecchi, e sono muti e ciechi;
Da molto i corpi loro anelano alla tomba.

Per quanto, O Dio, vaneggeranno queste morte salme?
Quando sarà mondata dall’umanità la terra?
Quando cesserà di vedere questa morte il cielo?


Il sito web di David Park Barnitz: www.bookofjade.com.

martedì 18 dicembre 2007

O Yog Sothoth


O Yog Sothoth

O Yog Sothoth, O Yog Sothoth,
We worship you, O Yog Sothoth.
Who's Santa Claus, who's Jesus Christ?
We worship Yog 'cause he's not nice.

We'll celebrate with some stray dog,
Which we'll carve up and serve to Yog.
O Yog Sothoth, O Yog Sothoth...
We beg you, do not eat us.





Cliccate sul play del lettore, qui sopra, per ascoltare la vecchia ma sempre valida carola natalizia riscritta e cantata da Tom Smith sul classico tema di O Tannenbaum. E buona sopravvivenza alle Festività Obbligate.

domenica 16 dicembre 2007

“Are you out there, Thomas Ligotti?”


Nessuno ancora in Italia pare seriamente occuparsi di questo autore, il cui nome resta quasi ignoto persino a molti fra gli appassionati di genere.
Salvo pochi racconti in antologie non è mai stato proposto in italiano, né ha molta probabilità di esserlo visto che rifiuta la grande editoria dei bestsellers e, soprattutto, non scrive romanzi.
Eppure, ci troviamo di fronte a un’autentica figura di culto, uno dei maggiori scrittori weird horror viventi, riconosciuto e apprezzato dalla critica. Singolare fenomeno di popolarità sotterranea mai giunto a un successo commerciale che sembra consapevolmente sfuggire, premiato coi più importanti riconoscimenti di settore dai tre Bram Stoker Awards all’International Horror Guild Award.

Americano di seconda generazione, proveniente da una famiglia di origini siciliane, Thomas Ligotti nasce a Detroit il 9 luglio del 1953. Cresciuto in un cattolicesimo che abbandona nella prima adolescenza, trascorre gli anni giovanili in un agiato sobborgo della città ove frequenta il Macomb County Community College, tra il 1971 e il 1973, fino a laurearsi in Inglese nel 1977 presso la Wayne State University.

I tardi anni 60 lo vedono in pieno abuso di alcool e droghe, mentre ancora frequenta le scuole superiori, fino all’agosto 1971 quando iniziano a manifestarsi le prime crisi di agorafobia, i primi attacchi di panico e di quelle sindromi ansiose e depressive destinate ad accompagnarlo negli anni, segnandone la personalità e il rapporto col mondo.

È in questo periodo che il giovane Thomas inizia a scoprire la letteratura fantastica e weird, appassionandosi ad autori come Poe, Machen e Lovecraft fino a iniziare egli stesso a scrivere, mentre è al suo terzo anno di college, trovando in ciò nuovi stimoli e diversione dalle proprie ansie croniche. Sei anni di sperimentazioni e di prove prima di vedersi accettare il primo racconto, The Chymist, con cui fa il suo esordio sulla fanzine Nictalops nel marzo del 1981.

Il suo nome inizia così a circolare su diverse testate tra fandom e piccola editoria, sempre con brevi racconti che lo contraddistinguono per approccio e stile, fino alla pubblicazione nel 1985 della sua prima raccolta Songs of a Dead Dreamer, in sole trecento copie presso la minuscola Silver Scarab Press ma già attirando su di sé le attenzioni di più noti e prestigiosi colleghi, come Ramsey Campbell che del volume firma la breve e lusinghiera introduzione.
Il primo racconto su rivista professionale arriva nell’aprile 1990 con The Last Feast of Harlequin (La festa di Mirocaw), un dichiarato omaggio a H.P. Lovecraft che gli vale il titolo di copertina su The Magazine of Fantasy & Science Fiction.

Dal 1979 Ligotti lavora come editor associato presso la divisione di critica letteraria della Gale Research Company, ora Thomson Gale, raccogliendo e curando monografie critiche su vari autori, fino all’estate 2001 quando lascia finalmente Detroit per trasferirsi a Tampa, nel sud della Florida, dove attualmente svolge attività di freelance nel campo editoriale.

Estremamente riservato e schivo, lo scrittore del Michigan si è reso di per sé “personaggio” nell’evitare qualunque apparizione in pubblico, sfuggendo il contatto diretto con l’intero ambiente professionale e i fans, mai partecipando a premiazioni e conventions. Atteggiamento giustificabile con gli stati ansiosi cui va patologicamente soggetto: fobie e depressioni di cui non esita apertamente a parlare nel corso delle rarissime interviste.
Nessuna pubblica uscita. Nessuna ritratto a testimoniarne un’esistenza fisica a parte una manciata di foto solo più tardi e più o meno ufficialmente diffuse, una delle quali “rubata” addirittura da un annuario aziendale. Non c’è da sorprendersi, dunque, che alcuni lo ritenessero per anni il mero pseudonimo di un qualche autore famoso in vena di esperimenti. Ancora nel 1996 all’uscita di The Nightmare Factory, il suo paperback più diffuso, la prefazione di Poppy Z. Brite si apre rivolta a lui come a un’incognita: “Sei là fuori, Thomas Ligotti?”

Ricercato nello stile, inconfondibile ed elaborato sino ai limiti del “poema in prosa” (talvolta a scapito dell’equilibrio stesso del racconto, osserva qualche critico), per Ligotti come per H.P. Lovecraft e Clark Ashton Smith non è la vita ad avere interesse quanto la “fuga dalla vita”, l’evasione dai suoi limiti verso tutt’altre realtà. Un orrore ontologico anziché psicologico, quello della sua narrativa, che mette in discussione l’essenza stessa delle cose, nel dispiegarsi dell’avvenimento fantastico in sé più che attraverso i protagonisti che l’affrontano. Personaggi sempre ritratti al minino indispensabile, con scarsa e sardonica partecipazione per le loro vicende umane. Figure passive che perdono o non hanno mai avuto il controllo del loro stesso mondo. Semplici comprimari in storie che, ancora come quelle di Lovecraft, pongono la straordinarietà del fenomeno perturbante al centro del palcoscenico e al di sopra di tutto.

E la cifra stilistica, l’uso del linguaggio, è il tutto. L'approccio, benché realistico, risulta quanto di più distante dai bestsellers alla Stephen King, ogni trama secondaria rispetto a tono e atmosfera, poco o nulla concesso a violenza e splatter. Un risultato che va oltre la somma dei suoi elementi, coinvolgendo il lettore nel ridiscutere le proprie scontate percezioni.

Oltre alla prosa di Edgar Allan Poe, una delle maggiori e dichiarate influenze letterarie è rappresentata dal primo e più sognante Lovecraft, quello de La musica di Erich Zann. Al maestro di Providence lo scrittore dedica alcune originali storie, sfuggendo agli abusati orpelli dei canonici “Miti di Cthulhu”.
Fra le sue letture predilette o formative sono citati Borges e William Burroughs, a fronte di una prevalenza di nomi europei quali Nabokov, Cioran, Kafka, Bruno Schulz e anche il nostro Buzzati.

I suoi temi sono spesso quelli del sogno, un allucinato sfumare tra sfera onirica e tenebrose quotidianità. O della “conoscenza proibita” a disvelare i più inattesi e inquietanti aspetti dell’essere.
Ricorrono immagini di simulacri animati, manichini e marionette, oscure ombre dell’inumano. E di ambienti in declino che trasfigurano nel surreale, in un’estetica del decadimento urbano ispirata all’autore dai quartieri abbandonati nella propria città natale.

Descritta come “profondamente nichilista” e velata di sarcastica misantropia, la visione di Thomas Ligotti rivela una realtà indistinta dall'incubo, un mondo in cui l'orrore è l’essenza stessa delle cose, percezione senza veli di un'esistenza incomprensibile e senza scopo. Una creazione forse persino "ostile" che si discosta dall'indifferenza cosmica dell'universo lovecraftiano.
Una visione che alcuni accostano allo gnosticismo, un po’ alla maniera misticheggiante e paranoica dell’ultimo Philip K. Dick. Ma se il pensiero gnostico comunque contempla una divinità, al di sopra del caduto demiurgo creatore del presente e distorto mondo materiale, l’ateismo di Ligotti esclude invece ogni possibilità di “salvezza”.

Dopo la prima limitata edizione, Songs of a Dead Dreamer viene rivisto con l’aggiunta di qualche racconto e l’esclusione di altri fra i meno maturi, per essere pubblicato nel Regno Unito dalla Robinson nel 1989, e un anno più tardi negli Stati Uniti da Carroll & Graf, la quale fa pure uscire le raccolte Grimscribe: His Lives and Works nel 1991, Noctuary nel 1994, e The Nightmare Factory che nel 1996 riunisce in un corposo omnibus i tre titoli precedenti.
The Agonizing Resurrection of Victor Frankenstein and Other Gothic Tales, nel 1994 presso la Silver Salamander Press, raccoglie una sorta di “esercizi di stile” in cui Ligotti rivisita, con alterni risultati, i luoghi comuni dell’horror classico.

Inizia nello stesso periodo la collaborazione con il gruppo musicale inglese dei Current 93 che gli dedica alcune canzoni di All the Pretty Little Horses, album del 1996 concluso da una ghost track nella quale lo stesso scrittore americano declama, attraverso il telefono, una poesia dal proprio racconto Les Fleurs. Del 1997 è In a Foreign Town, in a Foreign Land, un libro con CD allegato (o viceversa, secondo i punti di vista) in cui quattro racconti si accompagnano ad altrettante tracce musicali appositamente realizzate dai Current 93. Seguono I Have a Special Plan For This World (2000) e This Degenerate Little Town (2001), ove il sound del complesso britannico si fonde ai versi di Thomas Ligotti.

Nel 2002 appare My Work Is Not Yet Done: Three Tales of Corporate Horror, volume della Mythos Books che trova nella novella del titolo, premiata con il Bram Stoker Award, l’unico tentativo dell’autore verso la dimensione del romanzo. La vicenda inizia come una semplice storia di serial killer, la vendetta di un impiegato vittima di mobbing, sviluppandosi in ben altro incubo nel corso delle sue centocinquanta pagine.

Sideshow and Other Stories, fascicolo ancora a tiratura limitata, esce nel 2003 presso la Subterranean Press mentre altre edizioni sempre nell’ordine delle centinaia di copie sono pubblicate in Inghilterra dalla Durtro di David Tibet, leader dei Current 93. Tra queste Crampton (2003), una sceneggiatura scritta insieme a Brandon Trenz proposta (ma senza successo) per la serie televisiva X-Files, e i poemetti di Death Poems (2004), fino all’ultimo Teatro Grottesco nel 2006.

Del 2005 è il tascabile The Shadow at the Bottom of the World diffuso dalla Cold Spring Press, ultimo fra i suoi libri ad avere vasta distribuzione di mercato, edito in seguito anche da Subterranean Press.

Un prossimo The Conspiracy Against the Human Race, in uscita per la Durtro, raccoglierà saggistica e interviste in un’ideale “summa” delle considerazioni ligottiane sull’horror. Una sua prima versione è stata offerta ai fans, per limitato periodo, liberamente scaricabile dal sito ufficiale www.ligotti.net.

Dal racconto The Frolic (1982) è tratto l’omonimo cortometraggio (disponibile in DVD) diretto nel 2007 da Jacob Cooney, storia di uno psichiatra ossessionato da un suo paziente del manicomio criminale, killer psicopatico le cui fantasie si sveleranno più realistiche e minacciose del previsto.

I racconti di Ligotti sono tradotti ovunque grazie anche ai contributi in famose antologie. Suoi volumi sono pubblicati in Grecia, in Spagna, e in Germania con edizioni illustrate da H.R. Giger.
Soltanto briciole, dicevamo, in Italia. Per il mercato nostrano una raccolta di racconti horror non la si rischia davvero senza un nome di garantito successo.

In attesa di più coraggio (o incoscienza) editoriale, troviamo L'ultima avventura di Alice in In principio era il male (Mondadori 1990 e ’94), alienazione di una scrittrice fra suo mondo letterario e realtà. Il grande festival delle maschere in Paure eccellenti (Mondadori 1991), strana celebrazione carnevalesca distorta in surreale atmosfera. La festa di Mirocaw in Millemondiestate 92 (Mondadori 1992), in cui un antropologo scopre oscuri risvolti di una festività di provincia. La perduta arte del tramonto in Horror Story 13 (Garden 1992), originale variazione sul tema del vampirismo. L'attrazione in Horror: Il meglio (Nord 1994), un irreale cinema che attira lo spettatore nell’incubo. Delle ombre e dell'oscurità in 999 (Sperling 1999), ove una specie di “guru” trascina nel suo personale orrore i seguaci. Il cuore del Conte Dracula, discendente di Attila, flagello di Dio ne Il grande libro di Dracula (Newton 2000), esercizio stilistico sul più classico dei vampiri. E infine Les Fleurs sulla fanzine Hypnos (2007), in cui un uomo pare vivere differenti realtà eliminando le compagne con cui non può condividerle.

L’angelo della Signora Rinaldi, nel quarto numero di Necro, è un racconto del 1991 la cui versione originale si trova disponibile sul sito web dell’autore. La storia presenta alcune delle più tipiche tematiche ligottiane: la forza del sogno come estensione della realtà piuttosto che sua alternativa, entrambi aspetti di una stessa esistenza d’incubo, in un vicendevole compenetrarsi e confondersi oltre il velo dell’apparenza. Ampliate percezioni di quel supremo stato d’orrore che è la vita.


(Articolo pubblicato sulla rivista Necro - anno I, numero IV, novembre 2007)

giovedì 13 dicembre 2007

Andrew Scott, Bugmaker



Probabilmente abbiamo già visto le sue “creature,” molti anzi ne hanno utilizzato le immagini sui loro siti o blog. E le immagini, si sa, corrono assai più veloci dei loro autori, i cui nomi si perdono spesso per strada.

Bugmaker, ovvero “costruttore d’insetti,” al secolo Andrew Scott, vive a Vancouver in Canada. Poche e laconiche le informazioni su di lui: scultore, musicista e tecnico del suono, tiene lezioni sull’ecologia, sull’evoluzione e sugli artropoidi presso lo Stanley Park, il parco della sua città.

Senza avere una formale preparazione, ha iniziato a scolpire insetti e animali dopo aver lavorato in un negozio di giocattoli, ispirandosi in partenza alle riproduzioni e alle action figures in commercio. Le sue creazioni sono spesso modellate in polimeri di PVC su supporti di filo metallico, con l’inserimento di materiali di recupero e colorazione in acrilico.

Nelle sue gallerie si trovano realistiche riproduzioni di insetti e fossili, ibridi di entomologia meccanica e zoologicamente plausibili creazioni di fantasia… o almeno tali si potrebbe sperare che siano. L’importante è che se ne stiano fermi. E non mordano.

Galleria: homepage di Bugmaker su flickr.com.

martedì 11 dicembre 2007

Sdoganando Lovecraft in patria: The Library of America


In un periodo nel quale i versi di Howard Phillips Lovecraft trovano nuove edizioni italiane e un rinnovato interesse attraverso manifestazioni e incontri, si potrebbe oziosamente rimuginare sul come la rivalutazione dell’autore in patria, sorta di ufficiale “sdoganamento culturale, sia avvenuta proprio attraverso un paio di poesie. Due titoli appena, antologizzati in una delle più prestigiose collane librarie americane, spianando la strada per una successiva raccolta personale e al conseguente ingresso nei “quartieri alti” della letteratura statunitense.

Il primo passo in questa direzione si ha nel 2000, con l’uscita presso la Library of America di American Poetry: The Twentieth Century, volume one: Henry Adams to Dorothy Parker, primo di due volumi rappresentativi della poesia americana del XX secolo, a cura di Robert Hass, John Hollander, Carolyn Kizer, Nathaniel Mackey e Marjorie Perloff.

Mentre rattrista un po’ il non vedere anche un Clark Ashton Smith accanto a George Sterling tra i vari Masters, Pound ed Eliot del volume one, è in qualche modo una sorpresa trovarvi invece Lovecraft con The Well e Alienation (in italiano XI. Il pozzo e XXXII. Alienazione), due tra i migliori sonetti dei Fungi From Yuggoth composti tra il 1929 e il ’30.

La Library of America, fondata nel 1979 con l’appoggio di enti federali, è qualcosa di più di una collana di prestigio come può essere la Bibliothèque de la Pléiade in Francia, che prende peraltro a modello. Come editore non-profit, il suo scopo è pubblicare e mantenere in stampa opere dei più significativi scrittori americani, finendo così per rappresentare una sorta di “canone” d'autorevolezza per l’intera letteratura nazionale. Un canone da sempre piuttosto rigoroso, quello della Library, che poco o nulla concede al fantastico se non attraverso i classici di Poe o il gotico di Charles Brockden Brown. Poco o nulla, fino al 2005.

Nel marzo di quell'anno esce infatti Tales, raccolta di 850 pagine comprendente The Call of Cthulhu, The Colour Out of Space, At the Mountains of Madness, The Shadow Over Innsmouth, The Shadow Out of Time e altre diciassette storie selezionate da Peter Straub, cui è affidata la cura del volume. La prima edizione va esaurita in due mesi, H.P. Lovecraft passa allo scaffale dei classici e il suo nome esce dai locali bassifondi della letteratura popolare per essere finalmente citato senza remore, anche se spesso a sproposito, su quotidiani e riviste non specializzate.

Cosa più rilevante, l’edizione di Lovecraft apre la via a una più seria considerazione letteraria per i generi del fantastico, almeno negli Stati Uniti. Opere di fantascienza e horror, autori fino a ieri considerati al massimo come mestieranti del pulp, si ritrovano finalmente nella stessa collana con Twain, Hawthorne, Melville, Faulkner e gli altri nomi "consacrati alle lettere." Dopo la raccolta lovecraftiana, nel maggio del 2007 è la volta di Philip K. Dick del quale si pubblica Four Novels of the 1960s, volume curato da Jonathan Lethem. E i prossimi, in lista d’attesa, sono Ray Bradbury e Ursula K. Le Guin.

Tornando al Gentiluomo di Providence, chissà come l’avrebbe presa Edmund Wilson a trovare un suo volume in tale contesto. Wilson, considerato uno dei maggiori critici letterari del suo tempo, fu al contempo ispiratore dell'istituzione della Library of America (realizzata sette anni dopo la sua morte) e il più severo dei critici di Lovecraft, i cui racconti definì “cattivo gusto e cattiva arte” in un articolo dall’eloquente titolo di Tales of the Marvellous and the Ridiculous (“Racconti del meraviglioso e del ridicolo”), sul New Yorker del 24 novembre 1945.



(Articolo pubblicato sulla rivista Studi Lovecraftiani - anno III, numero 7, inverno 2008)

domenica 9 dicembre 2007

La poesia di Lovecraft a Torino


Segnalo volentieri la serata lovecraftiana che si terrà giovedì 13 dicembre, alle 21.00, in occasione del quarto appuntamento di Incontri sulla Poesia presso il Circolo dei Lettori di Torino, in via Bogino 9.

Poesia in Progress, Kore Multimedia e Arshile edizioni presentano La poesia di Lovecraft, relazioni e traduzioni di Franco Pezzini (Cercando Carmilla, Ananke 2000; Le Vampire, Castelvecchi 2005) e Massimo Scorsone.

A distanza di settant’anni dalla scomparsa, parlare di Howard Phillips Lovecraft (1890-1937), uno dei padri indiscussi del fantastico novecentesco, significa anzitutto scostarne il mito da una serie di pregiudizi, distorsioni ed equivoci e ricondurlo all’ambito più corretto, quello propriamente letterario – una rilettura di cui proprio la poesia lovecraftiana aiuta a cogliere l’importanza. A partire dalla sua espressione più notevole, la raccolta di sonetti dei Fungi from Yuggoth (1929-30), che ben rappresenta i caratteri di fondo della sua poetica, alternando febbrili visioni cosmiche e idillio crepuscolare, enigmatiche sequenze oniriche e riflessioni esistenziali. Della raccolta si offrirà in quest’occasione un’ampia scelta, cercando di recuperare ai testi – già oggetto di edizioni italiane anche recentissime – il ritmo originale e l’assonanza del verso, per rendere la traduzione più prossima alle aspirazioni dell’Autore. (Franco Pezzini)

Un paio di esempi dai Fungi from Yuggoth nell’ottima traduzione di Massimo Scorsone, impeccabili nella resa e nel rispetto della metrica e delle rime del sonetto, si trovano nel PDF (107k) di presentazione della serata, disponibile sulla pagina Poesia fuori dall’angolo di Kore Multimedia. Per informazioni: www.kore.it.

La poesia di Lovecraft
Relazioni e traduzioni di Franco Pezzini e Massimo Scorsone

Giovedi 13 dicembre 2007, ore 21.00
Circolo dei Lettori di Torino, via Bogino 9


venerdì 7 dicembre 2007

Purché ci sia “Lovecraft” in copertina


Siamo un bel branco di polli: collezionisti, fans a oltranza, tuttologi del lovecraftianesimo… tutti a comprare qualunque cosa (o quasi) venga dato alle stampe con il nome di Howard Phillips Lovecraft in copertina.
E il minimo che ci si aspetta dai polli è che questi si lascino tranquillamente spennare, in cambio del minimo del becchime. Spennare in senso ornitologico e metaforicamente economico perché del farsi privar di penna, quella per scrivere, non se ne parla proprio.

Scaduti i termini del diritto d’autore, ai settant’anni dalla morte di Lovecraft, una ristampa della sua narrativa non la si nega ormai a nessuno, dai grandi marchi alle più piccole edizioni on-demand. Anche se ci si guarda bene dall’avvertire che tali opere non più coperte da copyright sono soltanto le versioni a suo tempo pubblicate su rivista, con tutte le manipolazioni e gli errori dell’epoca e delle testate in cui apparvero. Lontani dal potersi considerare testi “definitivi” e corretti.

Poi c’è la “saggistica,” parola che tocca a volte mettere fra virgolette. Ed eccoci all’ennesimo acquisto, di quelli da fare con qualche cautela non trovando informazioni sufficienti per anticiparsene un’idea: quasi nulla in rete e niente in libreria trattandosi di minuscola casa editrice. Però, son solo sei euro… Ma sì, proviamo presso le solite librerie on-line. Sulle quali, fra l’altro, è tutto un oscuro fiorire di assortiti Necronomicon & affini: qualcuno è un romanzo, qualcun altro risulta come un misterioso nuovo volume italiano illustrato, in sedici pagine per trentadue Euro. (Trentadue diviso sedici... Fosse miniato da un amanuense in foglia d’oro?)

Alla fine arriva il volumetto, una brossura da 64 pagine formato 19x12. Il titolo è H.P. Lovecraft. Conversando con H.P. Lovecraft di Leonardo Baggiani, Mermaid Editore, 2007, Euro 6,00 ISBN 88-86592-29-9.

Il primo “H.P. Lovecraft” stampato a corpo maggiore sia in copertina che sul dorso è ridondante, ben piazzato a suggerire che i contenuti possano comprendere suoi testi. Con un’attribuzione del genere, Fanucci perse una causa legale nel 2001 per “copertina ingannevole.” Ma questa è un’altra storia, e il nome di chi firma il tutto si trova qui saggiamente al posto giusto.

Qui, si tratta in realtà di una conversazione immaginaria tra l’autore del libro e lo scrittore americano, divisa in tre “incontri” al tramonto nella Providence del 1936 e strutturata come un’intervista in domande e risposte dirette. Fino a questo punto niente di particolarmente strano, poi al primo voltar di pagina:

H.P.L.: I miei genitori volevano fortemente una femmina. Curavano il mio aspetto, ed i miei bellissimi riccioli biondi, proprio come una bambina, ed ero talmente grazioso da sembrare in effetti tale. Più tardi hanno avuto altri due figli di cui la prima appunto una femmina.”

Ecco, questo sì che sarebbe lo scoop del secolo… la scoperta che Lovecraft aveva un fratello e una sorella di cui nessun biografo mai si era accorto prima. Ma si fa probabilmente confusione con la famiglia della zia Annie E. Phillips Gamwell: dei suoi due figli, cugini di Howard, il giovane Phillips morì di tubercolosi nel 1916, appena diciottenne, mentre la femmina, Marion Roby, sopravvisse solo pochi giorni alla nascita nel 1900.

Chi ha scritto il volume avrebbe fatto miglior figura a documentarsi almeno presso alcune fonti web in inglese piuttosto che tirar giù appunti, come appare, dalle introduzioni e gli apparati biografici delle solite traduzioni lovecraftiane in Italia. A parte la forma (e l’assenza di editing, se non altro a correggere i passaggi dal “lei” al “tu”), imprecisioni e strafalcioni più o meno rilevanti si susseguono come in un quiz-book del tipo “scova l’errore.” Si ripetono alcuni dei più scontati luoghi comuni sul Gentiluomo del New England, perpetuando informazioni superate e altre campate in aria. Dispiace vedere che a un Lovecraft per quanto fittizio si facciano pronunciare certe sciocchezze:

H.P.L.: Lei si è ben informato. Sì, ci sono molte attinenze; senza addentrarci nei particolari e nel contenuto dell’Enuma Elish, […] Inoltre in sumero “Kutulu” significa “abitante di Kutu,” una città ancora esistente in Iraq; il suono le suggerisce nulla?”

Tanto per fare un po’ di cronaca, l’accostamento fra il pantheon lovecraftiano e i miti sumeri è un’invenzione piuttosto recente, diffusa negli anni 70 dal preteso Necronomicon di Simon, al secolo Peter Levenda, del tutto arbitraria nel manipolare nomi e attributi allo scopo di creare una base per il proprio pseudo-esoterico sistema. Una bufala, insomma, per quanto suggestiva, che si alimenta da sé e ricorre da decenni su internet, in articoli che mai ne citano le fonti, o in volumi ostinatamente presi sul serio persino quando sono palese fiction inserita in collane di genere, come i vari Necronomicon con seguiti e rifacimenti usciti negli anni per Fanucci.

Vale la pena di parlare in qualunque modo di queste pubblicazioni, fornendo loro immeritata pubblicità? Oppure è meglio avanzarla, qualche critica... Almeno per distinguere tra chi specula, millantando competenze che non si reggono in piedi, e chi la ricerca in questo strettissimo campo la fa sul serio e da anni?

O magari sarebbe il caso di farsi furbi e seguire l’esempio. Nessuno ha mai sfruttato l’assonanza tra i nomi “Cutolo” e “Cthulhu,” per pubblicare uno studio che dimostri come la criminalità organizzata in Italia sia nelle mani (nei tentacoli, negli pseudopodi o in quel che altro vi pare) dei Grandi Antichi?... Mai mettere limiti a quel che se ne può cavare.

Più “realisticamente,” si possono ancora coprire quelle poche aree trascurate o mai sfruttate a dovere dell’altrimenti documentatissima biografia lovecraftiana. Un bel saggio tipo Le liste della spesa di H.P. Lovecraft. Una “appassionante selezione dall’epistolario e dalle più recondite testimonianze: tutta la verità sui conti e le spese dal droghiere, i ricambi e la manutenzione di sartoria, il riciclo di ogni pezzo di carta e l’eterno dispendio in francobolli. In appendice, spesa e vicissitudini presso i negozi di New York per sostituire gli abiti rubati. Una vita al risparmio, fino all’ultimo cent!” (Ultima frase espressamente coniata per il mercato editoriale genovese.)

Il bello è che non sarebbe nemmeno necessario inventare dati, aneddoti né altro, a patto di andarsi davvero a leggere qualche libro in lingua originale.


mercoledì 5 dicembre 2007

Antologia della letteratura fantastica


Verso la fine degli anni 30 tre amici di Buenos Aires — Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares e sua moglie Silvina Ocampo — decidono di inventare una sorta di personalissima antologia dei propri autori preferiti. Nasce così, nel 1940, questa“Antologia della letteratura fantastica,” una silloge di settantacinque racconti fantastici: da Niu Sengru a Martin Buber, da Lewis Carroll a Cocteau, da Chesterton a Joyce, da Kafka a Kipling. Naturalmente, il “fantastico” va inteso in senso borgesiano: una letteratura segnata dall’immaginario e da un nuovo modo di rappresentare la realtà, che determina una rottura con la tradizione realista in voga negli anni Trenta, e che nulla ha a che vedere con il genere “gotico.”

“A volte ristampano...” e qualche titolo storico ritorna a farsi disponibile per il grande pubblico.

Era uscita nel 1981 presso Editori Riuniti, riproposta quindi in brossura nel 1997 per poi sparire ancora dagli scaffali in un vuoto decennale fino a questa nuova edizione di Einaudi, forse nominalmente tascabile ma non esattamente economica. L’Antologia della letteratura fantastica selezionata da Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares e Silvina Ocampo è una delle non molte pietre miliari nel suo genere, raccogliendo esempi di un fantastico letterario al di là dei sottogeneri, più o meno popolari, e della centralità dell’anglofonia che almeno allora sembrava dominarne il panorama.

Scrive nella prefazione Bioy Casares: “Una sera del 1937 parlavamo di letteratura fantastica, discutevamo i racconti che ci sembravano migliori; uno di noi disse che se li avessimo riuniti [...], avremmo ottenuto un buon libro.”

Un buon libro di certo, che in tutto il ventesimo secolo avrebbe influenzato la percezione e l’accoglienza del fantastico, mai del tutto accettato a pari dignità letteraria. Secoli di letterature al di fuori e al di là dello stretto realismo che, in questo volume, spaziano dal Settecento cinese di Tsao Hsueh-Chin al Giappone moderno di Ryūnosuke Akutagawa; dal latino classico di Petronio Arbitro all’italiano di Giovanni Papini, passando per l’Europa e le Americhe tra nomi celebri e altri meno noti: Bloy e Cocteau; Cortàzar e Lugones; Poe e Wells; Lord Dunsany e Olaf Stapledon.

Antologia della letteratura fantastica
a cura di Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, Silvina Ocampo
collana ET Biblioteca, Einaudi, 2007
brossura, XXX-538 pagine, Euro 17,80
ISBN 8806186353


lunedì 3 dicembre 2007

Menzogna e Persecuzione nell’Orrore di Dunwich di H.P. Lovecraft


Tempo di segnalazioni per novità saggistiche weird provenienti, ancora una volta, dalla minuscola editoria indipendente specializzata.

È in fase di stampa il primo volume di una nuova collana “Book” di Studi Lovecraftiani, il periodico di saggistica e studio dedicato alla vita e alle opere di Howard Phillips Lovecraft, diretto da Pietro Guarriello sotto il marchio della Dagon Press.

La collana libraria della piccola casa editrice si inaugura con Menzogna e Persecuzione nell’Orrore di Dunwich di H.P. Lovecraft, un lungo studio critico sul racconto The Dunwich Horror che Lovecraft scrisse nel 1928, pubblicato su Weird Tales nell’aprile del 1929.

Scritto a quattro mani da Giacomo Bencistà e Andrea Becherini, il saggio utilizza gli strumenti offerti dalla semiologia per analizzare in maniera competente la storia, i personaggi, gli ambienti e i retroscena della famosa novella di H.P. Lovecraft. Si tratta del primo studio, a livello mondiale, davvero esaustivo su un singolo racconto dello scrittore di Providence.

A seguito, un estratto della prefazione firmata dal giovane critico Stefano Mazza, talento emergente nel campo degli studi lovecraftiani.

“… Diversi studiosi si sono prodigati per individuare i sottintesi morali e simbolici che compongono L’orrore di Dunwich, che è certamente uno dei più letti e famosi di tutta la produzione lovecraftiana, ma nonostante questo sembra rimanere ancora piuttosto controverso e non pienamente compreso nei suoi molteplici aspetti. Il motivo di questa mancanza risiede probabilmente nella natura ibrida e multiforme del racconto, che raccoglie una certa tradizione orrorifica e weird, quella per intenderci del Grande dio Pan di Machen, Le Horla di Maupassant ed altri, da cui Lovecraft riesce però a trarre qualcosa di nuovo e moderno, con la sua tipica e inconfondibile vena. L’orrore di Dunwich è dunque una lettura ancora molto ricca di spunti interpretativi per il lettore di oggi e per il critico, poiché gli elementi narrativi che ne fanno parte possiedono forti ambiguità di significato che non sono state ancora indagate e che non meritano affatto di essere sminuite o ignorate. In passato alcuni critici hanno banalizzato il racconto definendolo una consueta vicenda manichea del bene (il prof. Armitage) contro il male (i Whateley, l’Orrore e Yog-Sothoth); altri, come Donald R. Burleson, l’hanno letto invece come parodia del racconto gotico classico. Queste ed altre analoghe interpretazioni sono in effetti possibili e danno conto di qualche marginale aspetto della storia, tuttavia hanno il difetto di non indagare oltre la primissima superficie di significato del racconto. Ecco allora che nasce l’esigenza di affrontare in modo sistematico, rigoroso e scientifico L’orrore di Dunwich per venire a capo delle sue molteplici componenti, ma anche delle numerose dinamiche che si intrecciano nella filigrana della storia narrata (...) Il solido lavoro di Andrea Becherini e Giacomo Bencistà risponde proprio all’esigenza di andare a fondo, quanto più possibile a fondo ai molteplici livelli di lettura possibili in questo racconto e dissipare i vari dubbi che l’interpretazione pone, con lucidità e chiarezza mai viste prima. In tal senso, va detto che questo saggio è il primo su scala mondiale ad affrontare sistematicamente L’orrore di Dunwich con un simile spirito di approfondimento e, anche, a farlo con tanta illuminante profondità. Leggendo le pagine che seguono troviamo infatti dispiegate le dinamiche, esaminati tutti i personaggi e fornito al lettore un valido aiuto per comprendere quale sia la vera natura dell’Orrore che prende forma a Dunwich: comprendiamo infatti che esso nasce e si sviluppa grazie ad un intero mondo che tutto insieme concorre a nutrirlo. (... ) Comprendiamo allora che il senso di inquietudine percepibile dal lettore nelle pagine di questa storia, dipende principalmente dall’origine composita della follia e degli orrori di Dunwich, che qui vengono sistematizzati e parafrasati come mai prima è stato fatto. Il risultato dell’opera di Becherini e Bencistà è, infine, una vera e propria guida capace di aiutare il lettore a capire ciò che succede a Dunwich, quali siano i multiformi aspetti di ciascuna forza in gioco, quale sia il ruolo dei due mostruosi gemelli; per dirla altrimenti, quali siano le strade attraverso le quali poter uscire dal labirinto semiotico di Dunwich…”

Il libro, di 100 pagine formato 15’x23’ in carta crema (grammatura 60gr.), è realizzato in rilegatura termica con copertina in quadricromia. Il prezzo sarà di 15,00 Euro, cifra che andrà a coprire le spese di stampa e di distribuzione, e comprende il costo di spedizione. Data la natura specialistica e controllata di queste pubblicazioni, la tiratura sarà limitata in base alle prenotazioni, con una disponibilità limitata quindi anche nel tempo. Il volumetto verrà distribuito entro il gennaio 2008, meglio dunque non attendere troppo per ordinarne una o più copie.

Richieste, domande e ogni altra informazione presso l’indirizzo studilovecraft@yahoo.it. Pagina web: studilovecraftiani.blogspot.com.

Menzogna e Persecuzione nell’Orrore di Dunwich di H.P. Lovecraft
Giacomo Bencistà e Andrea Becherini
collana
“Book”, Studi Lovecraftiani, 2008
brossura, 100 pagine, Euro 15,00


domenica 2 dicembre 2007

Dennis Sibeijn



Abbiamo visto le sue immagini diffuse (o saccheggiate) sul web. Illustra covers per i dischi di una quantità di gruppi hardcore/metal (Chimaira; Draconian; Dragonforce; Job For A Cowboy; Return To Reason; Three; The Setup e via elencando). In Italia lo troviamo sulla copertina di libri come Storia del Necronomicon di H.P. Lovecraft (Venexia, 2007). Facile quindi riconoscerne lo stile come un qualcosa di familiare e in qualche modo già noto… un po’ meno, forse almeno al momento, individuarne il nome senza ricorrere ai crediti e alle indicazioni su stampa.

Dennis Sibeijn vive ad Amstelveen, in Olanda, dove è nato nel 1975. Collabora come designer con la TV olandese e lavora come freelance in campo artistico, utilizzando tecniche tradizionali e di grafica digitale, fotografia ed elaborazione computerizzata, applicate a temi spesso oscuri e fantastici in una vena di cupo surrealismo. Dalì e Dave McKean, le foto di Floria Sigismondi e i film di Lynch sono tra le sue fonti di ispirazione, come rivela in un'intervista del 2005 tradotta in italiano su braintwisting.com.

Galleria: The works of Dennis Sibeijn on Damnengine, il sito ufficiale dell’artista.