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martedì 19 maggio 2009

Solomon Kane. The Return of Sir Richard Grenville


In attesa che il Solomon Kane cinematografico finalmente possa raggiungere le sale, non è impossibile, vagando per la rete, imbattersi in altre filmate incarnazioni del cinquecentesco spadaccino puritano del Devon nei racconti di Robert Ervin Howard, in una delle sue storie weird fra l’esotico, l’avventuroso e il sovrannaturale.

Elaborato e diretto dall’artista digitale americano Lucas Knight, nel 2007 sotto le insegne della Mystic Hammer Productions, il breve Solomon Kane. The Return of Sir Richard Grenville è un appassionato omaggio all’omonimo poema howardiano, trasformato in un fan film della durata di quattro minuti circa attraverso l’integrazione tra riprese dal vivo e animazione computerizzata.

Sempre in penombra, il volto duro e squadrato di Kane è quello dell’attore Michael Ellison, a dividersi la scena con i due altri interpreti Rob Batie ed Evens Duplessy Jr., mentre i versi di Howard – che scandiscono l’azione – sono affidati alla voce narrante di Andrew Bowyer, su musiche di Wolfgang Mittendorfer.

Pubblicata postuma soltanto nel 1968, The Return of Sir Richard Grenville è una poesia di Robert Howard, in origine senza titolo, che vede l’incontro fra Solomon Kane e la provvidenziale “presenza” del vecchio compagno d’arme morto nel 1591: l’esploratore, corsaro e politico inglese Richard Grenville. Uno dei personaggi storici, ancorché di proprio leggendari, le cui vicende s’intrecciano nel ciclo narrativo, al pari del forse più noto Francis Drake.


Qui sopra il testo originale, affiancato dalla versione italiana di Roberta Rambelli in Solomon Kane (Fanucci, 1979), preferita ad altre poiché in rima oltre che in metrica, rinunciando a una resa letterale in favore della forma, del ritmo e del “sapore” complessivo di una ballata dell’epoca elisabettiana.




domenica 17 maggio 2009

Aspettando Solomon Kane…


Di un adattamento di Solomon Kane sul grande schermo già si parlava sin dal 2005, fra eterni rimandi e la caduta nell’oblio di tanti altri progetti fantasy annunciati. Da allora quasi perso di vista, il film si rivela oggi già pronto, prodotto da Samuel Hadida e girato fra la Repubblica Ceca e il Regno Unito, scritto e diretto da un Michael J. Bassett al suo terzo lavoro cinematografico dopo l’ottimo horror bellico soprannaturale Deathwatch (2002) e il più recente thriller orrorifico Wilderness (2006). Anche il cast appare del tutto promettente, con il bel tenebroso James Purefoy a vestire i neri panni dello spadaccino puritano, e un paio d’apparizioni di richiamo come quelle di Pete Postlethwaite e dell’immancabile Max von Sydow.

Quel che ancora manca, a quanto pare, è “solo” un’adeguata distribuzione. Così, niente data d’uscita, per momento almeno; nessun trailer in circolazione, rare le fotografie di scena e ben scarse le notizie al riguardo, diffuse dal blog di Michael Bassett e rimbalzate in giro per il web fra siti e forum. Poche le proiezioni private a caccia di riscontri e – appunto – di distributori, l’ultima delle quali al Festival di Cannes. Sulla base di queste visioni limitate circola in rete l’unica recensione disponibile, decisamente entusiastica e stracarica di spoilers, apparsa l’8 maggio scorso su Ain’t It Cool. Successo permettendo, la pellicola vorrebbe essere la prima in una trilogia che possa portare al cinema le storie dell’eroe howardiano.

Solomon Kane, non fa mai male rammentarlo, è uno spadaccino d’austera estrazione puritana che vaga in avventure esotiche e sovrannaturali tra l’Inghilterra e l’Africa, le Americhe e il resto dell’Europa del periodo storico fra il XVI e il XVII secolo, in una fanatica ed estrema missione personale come strumento di giustizia contro il male. Dunque il più manicheo – e forse maniacale – fra i personaggi di Robert Ervin Howard, ma quello pure dotato di un più complesso spessore psicologico.

Il debutto di Kane, con un nome che già fonde assieme quelli biblici e antitetici di re Salomone e di Caino, avviene con il racconto “Red Shadows” sulla rivista Weird Tales dell’agosto 1928. Seguiranno altre otto storie brevi e tre poesie oltre ad alcuni frammenti, incompiuti, che altri autori proveranno nel tempo a completare, da Ramsey Campbell, nel corso degli anni 70, fino a Gianluigi Zuddas, nell’edizione italiana raccolta in Solomon Kane (Fanucci, 1979) e in seguito ne Le avventure di Solomon Kane (Editrice Nord, 1998) o Solomon Kane, il giustiziere (Editrice Nord, 2002). Il ciclo è pubblicato anche dalla Newton Compton, nel quarto volume del cofanetto dedicato a Robert Howard, Tutti i cicli fantastici **** I Cicli di Solomon Kane e di Kirby Buchner (1995). Protagonista anche nel mondo dei fumetti, la sua figura è stata ripresa e sviluppata dalla Marvel fra il 1973 e l’86, e presso la Dark Horse a partire dal 2008.




domenica 10 maggio 2009

Les Chiens de Tindalos (2007)


“Un sudore freddo gli scendeva dalla fronte, e le spalle erano scosse da brividi spasmodici. — Oltre la vita ci sono… — la sua faccia divenne cinerea dal terrore — cose che non riesco a distinguere. Si muovono lentamente tra gli angoli. Non hanno corpo, e si muovono lentamente attraverso angoli assurdi”.
(F. Belknap Long,
I segugi di Tindalos, SIAD Edizioni 1979).

Un uomo sperimenta una combinazione di droghe e tecniche mentali per proiettare la propria coscienza in un’esplorazione a ritroso nel tempo, sempre più indietro oltre le memorie della specie umana e al di là della creazione stessa della vita. Sin a incontrare entità che, come mastini a guardia di una soglia, lo inseguiranno fino al suo “presente” insinuandosi in varchi di stravolte geometrie spazio-temporali.

Questo, in sintesi, il tema di “The Hounds of Tindalos,” un racconto “lovecraftiano” di Frank Belknap Long apparso su Weird Tales del marzo 1929, cui direttamente si ispira il cortometraggio francese Les Chiens de Tindalos realizzato nel 2007 sotto il marchio produttivo di Old Casa – del quale, ahinoi, non risulta più attivo il sito web.

Girato in tutta economia – con una videocamera MiniDv e due fari alogeni, come rivelano i titoli di coda –, il corto si affida alla regia di Olivier Laffont per la direzione artistica di Muriel Pascal. A interpretare il protagonista Alpin Chalmers è il cantante "Chapson" Eric Chapuis con Franck Meissonnier , musicista e tecnico del suono, impegnato nel ruolo di Frank oltre che autore della colonna sonora integrata da musica di Mendelssohn.

L’ambientazione viene spostata a Londra e indietro di vent’anni rispetto alla storia originale, rendendo in qualche modo anacronistico, nel 1908, qualche riferimento a Einstein ripreso peraltro fedelmente dalla fonte letteraria insieme a buona parte dei dialoghi. La fobia di Chalmers per gli angoli resta appena accennata nel comprimere un’azione che “racconta” assai più che “mostrare” tramite effetti grafici, ridotti al minimo, amalgamati con la mossa fotografia anticata in bianco e nero.

La versione integrale del video, della durata di venticinque minuti circa, è disponibile anche in MySpace.




martedì 21 aprile 2009

“Il cuscino di Lovecraft” (Lovecraft’s Pillow, 2006)


“Mi venne in mente mentre partecipavo alla mia prima World Fantasy Convention, nell’oscuro e lontano anno 1979. La Convention si teneva a Providence, città natale di HPL. Mentre vagavo senza meta un sabato pomeriggio (chiedendomi, naturalmente, se anche Lovecraft avesse un tempo vagato per quelle stesse strade), mi capitò di passare davanti a un monte dei pegni. La vetrina era piena del solito vivace assortimento di oggetti: chitarre elettriche, radiosveglie, rasoi a lama, sassofoni, anelli, ciondoli e pistole – pistole – pistole. Mentre guardavo tutta quesa accozzaglia, Mr Idea parlò dalla sua postazione in fondo alla mia testa, come ogni tanto fa, per motivi che nessun autore sembra comprendere pienamente. Mr Idea disse: «E se ci fosse un cuscino in quella vetrina? Un comune vecchio cuscino dalla federa leggermente ingiallita? E supponi che qualcuno (curioso del perché un simile oggetto sia esposto, magari uno scrittore come te) entri e chieda, e il responsabile del monte dei pegni gli dica che quello era il cuscino di H.P. Lovecraft, quello su cui dormiva ogni notte, su cui faceva i suoi fantastici sogni, forse anche quello sul quale è morto»”. (Stephen King, dalla postfazione a H.P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita. Traduzione di Gemma Russo).

Questo aneddoto, sull’ispirazione per un possibile e tuttavia mai scritto racconto, Stephen King lo racconta nel 2005 nel corso della sua introduzione alla prima traduzione americana del volumetto di Michel Hoellebecq, H.P. Lovecraft. Contre le monde, contre la vie (1991). Intervento kinghiano che, in Italia, verrà aggiunto a postfazione del saggio nella seconda edizione (2005) di Bompiani.

Da qui dunque l’idea per Lovecraft’s Pillow, un cortometraggio scritto da Mark Steensland insieme a Rick Hautala e diretto nel 2006 dallo stesso Steensland, autore fra l’altro del curioso Il Vangelo secondo Philip K. Dick (The Gospel According to Philip K. Dick, 2001), un documentario a suo tempo proposto in videocassetta da Fanucci.

Uno scrittore di genere pieno di debiti quanto vuoto di reale ispirazione, la sventurata moglie, l’uomo del banco dei pegni e un medico rappresentano l’intero cast dei personaggi messi in scena. Il corto, della durata di dieci minuti circa, si limita a sviluppare al minimo le pur vaste possibilità del soggetto che si risolve, assai più che in vena fantastica, con tocco un po’ scontato e cinico da vecchio comic horror americano.

Una recensione in inglese si trova su DreadCentral. Oltre che su YouTube, il video è visionabile presso la relativa pagina in The Internet Movie Database.




giovedì 19 marzo 2009

Rampicante (Hederae Sicarius). Un corto animato da Ambrose Bierce


Realizzato nel 2006 come saggio di diploma presso il Dipartimento Animazione del Centro Sperimentale di Cinematografia – Scuola Nazionale di Cinema, Sede del Piemonte – per una volta tanto proviene dall’Italia una piccola gemma del fantastico in animazione digitale, premiata e selezionata in vari festival nazionali e all'estero.

Rampicante (Hederae Sicarius) è un cortometraggio di Laura Guandalini, Ernesto Mandara e Chiara Porri liberamente tratto da A Vine on a House, breve racconto nero di Ambrose Bierce apparso nel 1905 sulla rivista newyorkese Cosmopolitan, varie volte tradotto in italiano come “Un rampicante su una casa” e reperibile nelle raccolte I racconti (Theoria, 1994), Tutti i racconti dell’orrore (Newton & Compton, 1994) e Tutti i racconti vol. 1 (Fanucci, 2005).

Se al corto manca forse la reticenza rarefatta e sarcastica di Bierce, dello scrittore americano si amplifica anzi la beffarda quanto amara “cattiveria,” portando a estreme conseguenze una vendetta weird horror che il referente letterario suggerisce appena, con la storia che si sposta, del tutto priva di dialogo, entro il quadro moderno di una crescente, esaperata insofferenza reciproca nel rapporto di coppia.

Più “bierceiano” quindi dell’originale, coniugando buona scrittura e ottima resa grafica 3D, il video di quattro minuti e mezzo circa è al momento visionabile in rete sia su DailyMotion che su YouTube.




giovedì 12 febbraio 2009

The Other Gods. A Tale of the Dream Cycle (2006)


“Un profeta che brama posare lo sguardo sulle sue divinità. Un arduo cammino sino alla vetta di un monte. Un confronto con déi troppo potenti a nominarsi.
Questa la storia da cui trasse ispirazione Peter Rhodes, attivo come artista e autore di film nel corso degli anni 20. Pochi conoscono le sue opere, ed è solo con perseveranza e fortuna che siamo stati in grado di rintracciare gli elementi di questo sua pellicola ‘perduta.’ Sottoposto a un estensivo restauro, «The Other Gods» è attualmente in proiezione presso selezionati festival cinematografici nel mondo.
Il film di Rhodes fu realizzato attraverso l’animazione di figure in silhouette, una tecnica che perfettamente si adattava a raffigurare le storie mitiche delle ‘Terre dei Sogni’ di Lovecraft. Il coinvolgimento con le scene letterarie e occulte di New York fornirono un pubblico selezionato all’opera del cineasta. Particolarmente influenzato dai suoi rapporti con l’occultita Aleister Crowley e con lo scrittore H.P. Lovecraft, fu tuttavia la propria tragica storia personale a spingere Rhodes alla produzione di «The Other Gods,» il suo film più potente”.

Così presso diversi festival specializzati era presentato il cortometraggio The Other Gods. A Tale of the Dream Cycle, proposto come il restauro di un’animazione realizzata nel 1923 dal pittore e regista Peter Rhodes basata sul racconto omonimo di H.P. Lovecraft (Gli altri dei, 1921), con tanto di cronologia e nota biografica per il fantomatico Rhodes che avrebbe realizzato il film dopo la scomparsa “misteriosa” del fratello... come suggerito fra sinistre allusioni in divertito taglio lovecraftiano.

Seguendo uno stile del tutto compatibile con le tecniche di animazione del periodo, e con una visione necessariamente vaga e indirettamente evocativa per gli avvenimenti descritti nel racconto, il breve filmato in bianco e nero veniva in realtà prodotto nel 2006 dall’americano Mike Boas, che del progetto illustra l’intera genesi in Behind the Curtain. The Making of The Other Gods sulle pagine web del proprio sito, affidando al musicista Keith Handy la composizione della colonna sonora originale.




sabato 20 dicembre 2008

De Vermis Mysteriis (2006), corto con tentacoli


“Basato sulle storie H.P. Lovecraft, e sulla sua idea che l’esistenza sia cosa incomprensibile per le menti umane, in un universo fondamentalmente alieno”.

Il cortometraggio De Vermis Mysteriis è stato realizzato nel 2006 dal polacco Kacper Królak, manager informatico con una netta passione per la cinematografia e alcuni brevissimi film già al proprio attivo, girati in Polonia con il marchio di Kopiart Movie Studio.

Il filmato dura poco più di tre minuti ed è stato scritto, diretto e interpretato dallo stesso Królak, pure autore delle scenografie e del montaggio, con la fotografia pesantemente virata in seppia di Paweł Królak e su musiche di Dominik Bryński. Qui sottotitolato in inglese, il corto parrebbe non distaccarsi molto dai tanti brevi film amatoriali diffusi a tema lovecraftiano, illustrando il procedere di un’oscura evocazione dal citato “libro maledetto” di cui si leggono stralci. Se non che... qualcosa alla fine arriva per davvero.

Nota: YouTube ha nel frattempo disabilitato la funzione d’incorporamento del video su altre pagine, il quadro sottostante collega pertanto direttamente al suo contesto originale.


lunedì 13 ottobre 2008

“The Un-Dead”. Un seguito per Dracula


La più classica tradizione vampirica vede di solito un ben stagionato defunto a sostenersi, per vie soprannaturali, suggendo il sangue dei vivi più prossimi, a iniziar dai parenti. Esattamente il contrario, invece, per l'ancor più classica tradizione economica in cui sono i più prossimi parenti in vita, in via del tutto naturale, a cavar sangue dalla celebrità dei loro ben stagionati defunti.

Recente notizia è che il pronipote di Bram Stoker, insieme allo sceneggiatore e documentarista Ian Holt, ha portato a termine un romanzo che fa da sequel all’originale Dracula pubblicato nel 1897, vendendone per cifre a sei zeri sia i diritti di pubblicazione che quelli cinematografici, con un prossimo film già in cantiere.

L’iniziativa parte in realtà dal newyorkese Holt, trentanove anni, membro della The Transylvanian Society of Dracula e storico del personaggio, che ha contattato cinque anni fa il discendente dello scrittore irlandese proponendogli di scrivere a quattro mani un seguito alla più celebre fra le opere letterarie del bisnonno. E Dacre Stoker, cinquantenne trasferitosi dal Canada alla Carolina del Sud, con un passato da allenatore della squadra olimpica canadese di penthatlon, certo non si è tirato indietro.

Stando a quanto dichiarato, alcune “annotazioni manoscritte” lasciate in famiglia dall’illustre progenitore sarebbero state utilizzate nello sviluppo del nuovo romanzo, il titolo del quale è The Un-Dead, proprio come avrebbe dovuto intitolarsi il Dracula originale nelle intenzioni di Abraham “Bram” Stoker. Pur essendo un séguito in piena regola, viene tuttavia abbandonato l’originario stile epistolare che, con taglio realistico moderno, frammentava la narrazione in lettere, diari, testimonianze e persino registrazioni sonore su cilindri di cera, alternando le voci e i punti di vista soggettivi. Ma centoundici anni sembra non abbiano portato a molto, scivolati via sulle sempre più appiattite facoltà di comprensione del lettore, così da richiedere o imporre il più semplice racconto lineare tipico dell’odierno thriller.

Le 568 pagine del dattiloscritto sono state acquisite dall’editore Dutton per gli Stati Uniti, dalla locale Penguin per il Canada, e da Harper Collins per quanto riguarda il Regno Unito. Previsto in uscita per l’ottobre del 2009, i contenuti del testo vengono così descritti in un articolo inglese sul Guardian del 6 ottobre scorso:

“Il nuovo libro è ambientato nella Londra del 1912, un quarto di secolo dopo che il Conte è finito apparentemente «in polvere». Il Dottor Seward, discepolo del cacciatore di vampiri Van Helsing, è ora un morfinomane caduto in disgrazia mentre Quincey, figlio di Mina e di Jonathan Harker, si coinvolge in una travagliata produzione teatrale su Dracula prodotta e diretta dallo stesso Bram Stoker. Lo spettacolo immerge Quincey nei terribili segreti dei suoi genitori, ma prima di potersi confrontare con essi suo padre viene trovato assassinato a Piccadilly Circus, impalato”.

L’intento dichiarato è di “rendere dignità sia a Dracula che al suo autore,” benché sia lecito osservare come l’operazione palesemente milionaria abbia preventivamente mobilitato anche l’industria del cinema. Già pronta la sceneggiatura, firmata dal medesimo Ian Holt con Alexander Galant, per il film omonimo coprodotto dalla Atchity Entertainment International e dal regista Jan de Bont per Blue Tulip. Le riprese dovrebbero iniziare a giugno, con buon tempismo sulla diffusione del volume.

Chissà che a seguito di tutta questa impresa commerciale non si riesca a cavar fuori anche un po’ di letteratura. Forse non a restituire al vampiro il proprio ruolo primo, “mostruoso” e destabilizzante, trasformato nel corso di un secolo in qualunque altra cosa: parodia, ideale superomistico giovanile, stereotipo di un romanticismo da soap opera. Ma, se non altro, tanto per dare un occhiata a come potrebbe ritrovarsi il Conte con addosso ancora il suo mantello originale.


martedì 30 settembre 2008

The Mist, finalmente la nebbia


Meglio tardi che mai, o piuttosto meglio tardi al cinema che direttamente e ancor dopo sugli scaffali del mercato home video. Finalmente in Italia, dal 10 ottobre nelle sale, uno dei pochissimi veri e validi film weird horror degli ultimi anni. Horror autentico, per quanto lontano dai sanguigni stereotipi d’effetto e sensazione del cinema adolescenziale di genere, e ancor più remoto dai blockbusters formato famiglia tipo Guerra dei mondi e Indipendence Day cui la nostra distribuzione fa appello a pur lecito scopo promozionale. Pienamente weird, infine, come di rado si ha modo di vedere sullo schermo, veicolando momenti di “orrore cosmico” che giustificano l’esistenza stessa del termine “lovecraftiano,” quell’equilibrio perduto tra spiazzante terrore e senso del meraviglioso di fronte al rivelarsi della reale, precaria posizione umana nel più ampio schema delle cose.

Non ha molto senso tornare a fare recensioni a un anno di distanza dalle molte già apparse anche in italiano in rete, e in questo senso si rimanda con ampia condivisione a quanto allora scritto da Elvezio Sciallis su CinemaHorror.it.

Il film è notoriamente tratto da La nebbia (The Mist, 1985), uno dei racconti di Stephen King più prossimo alla fantascienza horror di H.P. Lovecraft per soggetto e visione di fondo, anche se non nella consueta centralità e psicologia dei personaggi così tipica dell’autore di Bangor quanto assente dalle scelte stilistiche del Gentiluomo di Providence. Pure, nella trasposizione cinematografica di Frank Darabont si avverte più efficace sostanza che non nel racconto stesso, per quanto seguito fedelmente sin nei dialoghi. Veterano nell’adattare King sul grande schermo, il regista è puntuale nel mantenerne ogni punto saliente quanto discreto nel porre in miglior equilibrio il tutto. Del tutto personale è il finale rispetto a quello in sospeso dell’originale kinghiano: una doppia, nerissima conclusione che deve aver mandato di traverso il popcorn al pubblico medio americano, così contribuendo allo scarso successo commerciale in patria.

L’irruzione massiccia di un mondo “altro” nella quotidiana realtà; il microcosmo umano sotto il duplice assedio delle proprie paure e di un’indefinita minaccia esterna; sequenze memorabili musicalmente scandite nel canto estraniante di The Host of Seraphim dei Dead Can Dance, sino all’immagine culminante a fiato sospeso tra sense of wonder e awe, abusando di termini cari al fantastico anglosassone: meraviglia e paralizzante timor reverenziale di fronte all’immane che, pur sovrastandoci, ci ignora.

Non bastassero questi elementi a catalizzare l’attenzione degli appassionati, non manca una delle più efficaci gallerie di mostri della filmografia recente. Creature d’ogni aspetto, ben che forse non sempre imprevedibili: alienità mostrate talora nel dettaglio in tutta l’orribile familiarità di ricombinate forme, orride in quanto riconoscibili ma devianti in una perversione del noto; mostruosità appena intraviste e, ancora, immensi leviatani taglia King-size (perdonando il pessimo spirito sul nome dello scrittore).
Proprio le creature di The Mist sono frutto di un’opera di concep-art affidata alle matite del sempre straordinario Bernie Wrightson, sessantenne veterano dell’illustrazione e del fumetto horror, creatore fra l’altro di Swamp Thing, la “Cosa della palude” per DC Comics. Sempre a suo agio nell’umorismo nero come nella resa visuale del terribile, Wrightson ha firmato la lunga serie di schizzi e disegni preparatori che hanno fornito definizione e vita alle creature digitali del film. Uno spettacolare album da disegno in cui si alternano tratti veloci, annotazioni e rese incisive sino al particolare. Un portfolio in buona parte condiviso, da qualche tempo e in riproduzioni di buon formato, nella sezione Film Concept Art sul sito ufficiale dell’artista, wrightsonart.com.

In sostanza, per kinghiani e lovecraftiani, sostenitori che siano di un horror più o meno antropocentrico, psicologico o weird, l’uscita italiana di The Mist – La nebbia rappresenta un buon momento per riconciliarsi con certo cinema di genere.



sabato 19 luglio 2008

Hellboy contro Il Campione Eterno


Estate: tempo di massimo disimpegno e minimo dello sforzo; periodo buono per riciclare e riadattare in questa sede quel che nasce in realtà come semplice e oziosa considerazione postata sul forum de La Tela Nera, a seguito della recensione di Hellboy II: The Golden Army dell’amico Elvezio Sciallis .

Resta migliore, di certo, il primo Hellboy (2004) in tutto il suo più articolato e cupo goticismo weird, ma pure in questo caso ci si ritrova davanti a un film che varrà la pena di rivedere e conservare nel tempo.

La pellicola d’esordio partiva dalle origini, con maggiormente complessa storia e, soprattutto, con un proprio immaginario dominato dall’horror cosmico lovecraftiano e atmosfere da vecchio pulp. Qui, già tutto ben definito in partenza, si passa a giocare un sincretismo tra mito, folclore e fiaba mediato da decenni di comics e letteratura popolare. Il gioco del rappresentare sulla scena, assai più che del semplice citare o prendere a modello, da H.P. Lovecraft e il Weird Tale passa qui alle radici più fantasy dei due autori del soggetto.

In una galleria ancora una volta memorabile di creature e design, Guillermo Del Toro innesta fra i suoi riferimenti anche qualcosa di Lord Dunsany, sapendo di trovare chi riconosce e apprezzerà la cosa. Qualcuno fra noi, per esempio, si ricorda di Bethmoora?!

Michael Moorcock è poi una delle confessate letture giovanili del regista, mentre Mike Mignola a suo tempo pure aveva realizzato gli albi a fumetti di The Chronicles of Corum (1987). Eccoci quindi a trovare una figura di tormentato antagonista splendidamente costruita sulla fusione di un paio fra i principali eroi moorcockiani, fermandosi giusto qualche passo prima di sconfinare nel copyright.

Nel Principe Nuada del film si ritrova certamente Elric: l’(anti)eroe albino per eccellenza riconoscibile in tutta la tipica iconografia, persino in certa foggia di costumi per come disegnati da Rodney Matthews e altri in decenni di illustrazioni e copertine. Mancava solo impugnasse una “spada lunga,” nemmeno necessariamente nera, e non sarebbero bastati occhiaie, sfumature in giallo, rossetto livido e disegnini in faccia per non passare dritti dall’omaggio al plagio. E poi c’è Corum... che in pratica “è” lo stesso mitico Nuada.

Nuada o Nudd “dalla mano d’argento” appartiene alla mitologia celtica principalmente irlandese: divinità marina col nome latinizzato in Nodens ed eroe epico-mitico dei Tuatha Dé Danann, opportunamente fuori dirittto d’autore da un buon millennio e mezzo almeno. Tra parentesi, come deità s’è intrufolato persino nella pseudomitologia lovecraftiana: Nodens “signore del grande abisso” (ma per i gaeli abisso in senso letterale di profondità del mare) ci arrivò attraverso il celtismo gallese di Arthur Machen, rappresentando nelle fantasie “dunsaniane” di Lovecraft uno degli antichi dei primigeni della Terra, indifferenti o forse non ostili (Nodens soccorre incidentalmente Randolph Carter in Alla ricerca del misterioso Kadath).

Dunque, con tutta la leggenda connessa il Nuada originale celtico si identifica in Corum Jhaelen Irsei, in due cicli di tre romanzi ciascuno nei quali lo scrittore inglese riprende a vari gradi dapprima le caratteristiche dell’eroe mitico, quindi le storie medesime del ciclo epico-leggendario d’Irlanda (in Italia i primi tre sono apparsi nella collana Delta di Sugar come Il signore del caos, 1973; La regina delle spade, ancora ‘73, e Gli dei perduti, 1974. Il secondo ciclo è raccolto ne Le cronache di Corum, Mondadori 1990). Corum/Nuada è ritratto come una specie di figura elfica, con sei dita, una mano d’argento e l’occhio artificiale da copione. Guardacaso, lui pure ha i capelli bianco-argentei e, classica spada a parte, talora è armato di lancia.

L’intreccio d’icone Nuada/Corum/Elric è piuttosto palese. Anche Elric evoca elementali contro i suoi avversari (Corum richiama invece da un “limbo” gli ultimi antagonisti uccisi). Nel film, il Principe Nuada dalla Lancia d’Argento ricorda Elric di Melniboné pure nell’aura “maledetta” di uccisore di parenti e usurpatore del trono di famiglia.

Elric, Corum e gli altri protagonisti della narrativa fantastica di Moorcock rappresentano in realtà un solo “Campione Eterno,” unico provvidenziale eroe che si manifesta sui diversi piani di un “multiverso” d’infiniti mondi paralleli, equilibrando una bilancia cosmica in perenne bilico tra Ordine e Caos.

Insomma, in Hellboy II l’ispirazione a tali figure piuttosto che limitarsi all’omaggio va quanto più vicino possibile a una messa in scena per immagini. Ma troppe volte, in precedenza, si era persa occasione di basare un vero e proprio film su Elric: da cinque anni i diritti sono in mano alla Universal, che continua tuttavia a nicchiare. La produzione, presa a cuore dai fratelli Weitz, parve avviarsi nel 2005 per poi finire in nulla. Affidato probabilmente al solo Chris Weitz, il quale ha diretto nel frattempo La bussola d’oro, il progetto è rimandato in apparenza al 2010 sempre che, a questo punto, non vada definitivamente accantonato. Prima o poi, in un modo o nell'altro, un simile e “storico” personaggio sul grande schermo doveva pur finirci.

Tornando a Hellboy II: The Golden Army, lo si potrebbe definire come un lussuoso volume illustrato, da conservarsi stretto, e poco male se qualche pagina non sarà altrettanto ben riuscita delle altre. Sperando, infine, che il Rosso non faccia prossimamente la fine imborghesita di uno Shrek ridotto a stressato padre di famiglia.


venerdì 6 giugno 2008

Street of Crocodiles


Street of Crocodiles, cortometraggio di 21 minuti prodotto e diretto nel 1986 dai gemelli Stephen e Timothy Quay, animato in stop-motion su musiche di Leszek Jankowski. Basato sulla raccolta Le botteghe color cannella (Sklepy cynamonowe, 1934) di Bruno Schulz, il titolo riprende quello della traduzione inglese del libro, dal singolo racconto La Via dei Coccodrilli (Ulica Krokodyli). Il video è diviso in due parti su YouTube.


Street of Crocodiles, prima parte:



Street of Crocodiles, seconda parte:


martedì 27 novembre 2007

The Dunwich Horror, again


Sembra che ci sia sempre una gran sete di remake, persino nell'oscuro e limitato mondo del cinema lovecraftiano.

Il film originale di Daniel Haller, giunto in Italia come Le vergini di Dunwich, era stato realizzato nel 1970 nel tentativo di "aggiornare," con qualche psichedelica strizzata d’occhio alla controcultura del periodo, l'ormai classico filone horror delle produzioni americane targate Roger Corman. Senza, al solito, rispettare troppo il testo di riferimento, né particolarmente riuscire come film in sé, ma proponendo comunque qualcosa di interessante e di curioso.

Una nuova versione di The Dunwich Horror è ora prevista in uscita per la primavera del 2008, scritta e diretta per la Skorpio Film da Richard Griffin, insieme a un gruppo di autori e produttori specializzati in supereconomici horror demenziali (Feeding the Masses, Raving Maniacs, Creature From the Hillbilly Lagoon, Pretty Dead Things, Splatter Disco, The Dysfunctional Book Club) tutti realizzati nel corso degli ultimi tre anni.

Il film, dichiara il regista intervistato da Fangoria, è girato in diverse località del New England e intende distaccarsi dalle ultime produzioni personali, che tendevano a mischiare la commendia con l’orrore, per ispirarsi ai classici degli anni 60 e 70 e rendere omaggio, aggiunge Griffin, “ai maestri italiani dell’horror Lucio Fulci e Mario Bava.”

Perplessi sull’ennesima riduzione cinematografica indipendente di uno dei più noti racconti di Howard Phillips Lovecraft? Nel frattempo, ci si può togliere qualche curiosità dando un’occhiata al teaser, da poco diffuso, di questo prossimo nuovo Orrore di Dunwich.



martedì 23 ottobre 2007

The Arcanum al cinema: Lovecraft diventa personaggio


Se da un lato autori come Sir Arthur Conan Doyle quasi si perdono nella loro più celebre creazione, fondendosi e confondendosi coi propri Sherlock Holmes, altri scrittori mitizzati come Howard Phillips Lovecraft diventano di per sé personaggi, creazioni letterarie fantastiche che a lungo andare persino finiscono col sovrapporsi al reale.

Lovecraft, addirittura, si fa personaggio già in vita: è l’amico e collega Frank Belknap Long a renderlo riconoscibile protagonista del racconto I divoratori dello spazio (The Space-Eaters, 1928). Un appena diciottenne Robert Bloch proseguirà il gioco ne L’orrore dalle stelle, dopo averne chiesto licenza al Gentiluomo di Providence il quale lo autorizza, in una scherzosa lettera del 30 aprile 1935, a “ritrarre, assassinare, annichilire, disintegrare, trasfigurare, trasformare, o maltrattare altrimenti il sottoscritto nel racconto intitolato The Shambler from the Stars.”

Da allora il “personaggio Lovecraft” entra a far parte della medesima pseudomitologia che i seguaci del “Lovecraft scrittore” porteranno avanti, spesso maldestramente, a partire da August Derleth che dell’opera lovecraftiana fu il sommo conservatore e il massimo travisatore allo stesso stempo, sino alla marea di racconti nella seconda metà del secolo scorso. E ai più recenti romanzi ucronici o basati su realtà alternative, come Pulptime (1997) e The Lovecraft Chronicles (2004) di Peter Cannon; Lovecraft’s Book (1985) e Marblehead: A Novel of H.P. Lovecraft (1976, ma pubblicato nel 2006) di Richard A. Lupoff; Shadows Bend (2000) di David Barbour e Richard Raleigh. Tutti a loro modo trasformando il sognatore del Rhodes Island in un investigatore dell’occulto, un improbabile uomo d’azione, o un’aperta parodia di sè stesso.

Uno di questi romanzi, The Arcanum (2005) di Thomas Wheeler, è ambientato fra Londra e New York nel 1919 e vede Arthur Conan Doyle a capo di una società segreta della quale fanno parte H.P. Lovecraft, il prestigiatore Harry Houdini e Marie Laveau, nota signora del voodoo (o forse una sua discendente, poiché la vera Laveau sarebbe morta nel 1881). Un gruppo stranamemente assortito, visto lo scetticismo di Houdini e di Lovecraft che insieme avrebbero dovuto scrivere un libro “contro” il paranormale. Una sorta di “lega di straordinari gentlemen”, dunque, radunati dal tipicamente holmesiano Conan Doyle per contrastare una minaccia di portata mondiale, alla ricerca dell’autentico Libro di Enoch nel bel mezzo di un’apocalittica guerra di angeli. Un romanzo che sfrutta ovviamente l’occasione per coinvolgere molti famosi o malfamati protagonisti del periodo, a iniziare dal solito Aleister Crowley.

Proprio da questo libro viene ora tratta un’omonima versione cinematografica, prodotta da Scott Niemeyer e Norm Waitt per la Gold Circle Films che ne aveva recentemente acquisito i diritti. Il film, scritto dallo stesso Wheeler, è previsto in uscita per il 2009.

Notizia di questi giorni è che la direzione di The Arcanum sia stata ufficialmente affidata a Randall Wallace, regista de La maschera di ferro (1998) e We Were Soldiers (2002) nonché sceneggiatore, fra gli altri, di Pearl Harbor (2001) e Braveheart - Cuore impavido che nel 1995 che gli fruttò una nomination agli Oscar.

Sarebbe la prima raffigurazione di Lovecraft, per quanto fittizia, in un film di vasta distribuzione se non proprio un blockbuster, dopo l’interpretazione di Jeffrey Combs che ne vestì gli improbabili panni nel non eccelso Necronomicon, horror a episodi del 1993.
Out of Mind
, nel 1998, presentava invece uno straordinario e rassomigliante Christopher Heyerdahl nel ruolo di HPL ma il film, realizzato per la TV canadese, non è mai arrivato oltre il circuito dei festival e del mercato DVD più “di nicchia”.

mercoledì 17 ottobre 2007

The Whisperer in Darkness: prossimamente al cinematografo


Per i maniaci lovecraftiani non c’è bisogno di presentazione alcuna. Un po’ più elaborato diventa invece spiegare al mondo dei “normali” (ma siete in molti là fuori?) che esiste un’associazione di “tipi strani” la quale non si limita a fare giochi di ruolo live basati sull’opera dell’autore preferito, riproducendo il riproducibile dai costumi ai documenti all’oggettistica... ma pure riesce a produrre qualcosa di artisticamente valido, nonostante i limitatissimi mezzi e grazie al lavoro di veri appassionati. Promuovendo, in tutto ciò, non solo opere goliardiche come il musical di A Shoggoth on the Roof, gustosa parodia “cthulhiana” della commedia musicale Fiddler on the Roof (Il violinista sul tetto) dalla quale sono stati tratti un CD, che ne raccoglie le canzoni, e un documentario a testimoniarne la travagliata e a lungo rinviata messa in scena.

Apice delle attività della H.P. Lovecraft Historical Society è stata la realizzazione nel 2005 di The Call of Cthulhu, un lungometraggio di 47 minuti interamente girato come un film muto degli anni 20 portando sullo schermo la storia de Il richiamo di Cthulhu, racconto uscito su Weird Tales nel 1928, secondo il linguaggio cinematografico della sua stessa epoca.

Salvo le debite e necessarie concessioni tecnologiche, il film scritto da Sean Branney e diretto da Andrew Leman rispetta i canoni del silent movie con tocchi che si rifanno ai classici dell’espressionismo, ed è soprattutto il più fedele adattamento di Lovecraft mai portato sullo schermo. Il cast si compone esclusivamente di fans; del tutto artigianali i mezzi; lo Cthulhu finale ritoccato in non impeccabilissima computer grafica… eppure il risultato resta innegabilmente valido e affascinante.

Dopo aver presentato nel 2007 Dark Adventure Radio Theatre: At the Mountains of Madness, un radiodramma recitato nello stile della vecchia radio americana degli anni 30, distribuito su CD in una confezione corredata di “documenti e fotografie” della fatale spedizione antartica Alle Montagne della follia, lo stesso gruppo di autori sta lavorando adesso al suo prossimo progetto: la riduzione di Colui che sussurrava nel buio.

Per The Whisperer in the Darkness, scritto nel 1930 e pubblicato sempre su Weird Tales un anno dopo, si tratterà questa volta di un film sonoro e di normale durata, ma ancora girato in stile “antiquario” rifacendosi in questo caso ai primissimi horror anni 30 della Universal Pictures, sul modello dei due Frankenstein di James Whale o del Dracula di Tod Browning.

L’uscita, in DVD e presso il solito circuito dei festival, è prevista per il 2008 ma il sito web della H.P.L. Historical Society ha nel frattempo diffuso un breve teaser del film, in rigoroso bianco e nero d’epoca.

Nei due minuti o poco più di trailer, dopo il logo iniziale vediamo il professor Albert Wilmarth esaminare i telegrammi e la documentazione inviatagli da Henry Wentworth Akeley, mentre ne ascolta la voce riprodotta su fonografo e sinistramente alternata ad altre voci gracchianti, innaturali e metalliche. Poi silenzio e, mentre Wilmarth esamina uno strano reperto, un lampo improvviso a illuminare un inquietante profilo, fuori dalla finestra.

Per il resto occorrerà pazientare, sperando non sia troppo d’azzardo una scelta così retrò dello stile. Nell’attesa… prepariamo il pop corn.


mercoledì 3 ottobre 2007

"At the Mountains of Madness": fosse la volta buona?

In uno sciamar di voci da un capo all’altro della rete, eravamo rimasti alle poche e più o meno ufficiali news relative ai progetti di Guillermo del Toro. L’ultima e più attendibile fra le notizie la rivelava lui stesso, in una intervista a The Hollywood Reporter del 6 febbraio 2007: ”Ci sono due progetti che da tredici anni sto inseguendo, in una forma o nell'altra. Uno è ‘(Il conte di) Monte Cristo’, e l'altro ‘At the Mountains of Madness’, ed entrambi sembrano andare avanti. Sto filmando un trailer per (l'adattamento della novella di H.P. Lovecraft) ’At the Mountains of Madness’. È in via di finanziamento (da parte della Warner Bros. Pictures). Giro un trailer per mostrare loro come questo mondo sia assolutamente unico. Se viene fuori nel modo giusto, penso che allora mi daranno i soldi (per fare il film).”

Poco prima, sempre nel mese di gennaio, un’entusiastica recensione dello script originale firmato da Del Toro insieme a Matthew Robbins era apparsa sulle pagine di latinoreview.com: “La sceneggiatura ha l’azione, ha l’avventura, ha la fantascienza, e di orrore ne ha certamente a palate. A meno che il copione non abbia mostri, Guillermo non li rivela.”
E ancora “Lo script ha anche atmosfera,” prosegue Latino Rewiew analizzando le 106 pagine del soggetto per attribuirgli infine il massimo dei voti, con l’aggiunta di un “a complete miracle” (un vero miracolo) a titolo di lode.

Attraverso il sito ufficiale deltorofilms.com veniva annunciata nel frattempo la collaborazione di William Stout, illustratore non digiuno di temi lovecraftiani, che aveva già lavorato a Il labirinto del fauno (2006) per accingersi quindi a visualizzare le alienità antartiche di Alle montagne della Follia.

Da gennaio in poi, appunto, un vuoto di notizie... Rassegnandoci all’idea che dopo Hellboy 2: The Golden Army, attualmente in lavorazione, dovesse esserci un ennesimo adattamento di Tarzan sulla tabella di marcia del talentuoso regista (consentitemi l’aggettivo; qui non è un abusato stereotipo e “talento” è un termine che non assocerei a molti altri, nel cinema horror di oggi).

La novità diffusa da Kellvin Chavez attraverso il solito e informatissimo sito web di Latino Review è che la complessa novella di Howard Phillips Lovecraft, scritta nel 1931 e pubblicata a puntate nel ’36 su Astounding Stories, dovrebbe finalmente rappresentare il prossimo film di Del Toro.
Dalla Warner, che pareva dimostrarvi interesse, il progetto per la realizzazione di At the Mountains of Madness sarebbe passato un paio di settimane fa alla Universal Pictures con l’appoggio della Angry Films di Don Murphy e Susan Montford. Un marchio che dovrebbe garantire la disponibilità di mezzi necessaria a una produzione di portata mondiale.

Che Guillermo del Toro sia un appassionato di H.P. Lovecraft, è già piuttosto noto. Ma alcune delle sue visioni più fantastiche, come gli scorci di “orrore cosmico” sapientemente ritratti nel suo Hellboy (2004), basterebbero da sole a dimostrare che il cineasta messicano ha tutte le carte in regola per non tradire l’opera dello scrittore di Providence, e le fin troppo maniacali attese dei suoi estimatori.
Terminata la post-produzione di Hellboy 2, intorno al prossimo giugno, il nuovo film potrebbe prendere corpo entro il 2009. In attesa di conferme ufficiali… incrociamo i tentacoli.