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lunedì 6 agosto 2018

H.P. Lovecraft: un percorso iconografico




Percorso iconografico in esposizione all'interno della passata mostra H.P. Lovecraft: “Archeologia dell’immaginario” 26 ottobre - 22 dicembre 2017.

Iconographic itinerary on display during the past exhibition H.P. Lovecraft: “Archeologia dell’immaginario” 26 October - 22 December 2017.

Info: Howard Phillips Lovecraft: “Archeologia dell’immaginario”

domenica 3 agosto 2014

Dei Culti Oscuri, 1791


Dei Culti Oscuri. Dell'Oscuro Culto e del Mito delli Dei Antichi; delli Dei dell'Esterno, Grandi Antichi e Minori; delle Creature e le Razze Indipendenti e Minori; e della Magia propria del Culto dell'Antichi, di Giovanni Gabello. In octavo, Genova, 1791.

I made my pseudobiblium Dei Culti Oscuri (literally, Concerning the Dark Cults) in 1991, as a practical support for my Lovecraftian role-playing games. A pseudo-XVII century pastiche in 250 pages (8x6 in.), it collects the most varied Cthulhu Mythos data from games and books, with few personal touches, written in a fake archaic Italian language. This book was composed with an Amiga 500 home computer, printed in only four copies with an old 9-pin dot matrix printer, and roughly bound in leather (nobody was skinned alive for the binding of these tomes, I can assure you).
After so many years I finally scanned my copy, here in a 45,9 Mb. PDF file that you can freely download from my Dropbox. If you liked it, consider to make a donation through the PayPal button on the right column of this page, Thanks.

Ho realizzato il mio pseudobiblium Dei Culti Oscuri nel 1991, come supporto pratico per i miei giochi di ruolo lovecraftiani. Un pastiche finto XVII secolo in 250 pagine (20x14,5 cm.), che raccoglie le più svariate informazioni sui Miti di Cthulhu tratte da libri e giochi, con qualche tocco personale, scritte in un italiano falsamente arcaico. Il libro è stato composto su un home computer Amiga 500, stampato in sole quatto copie con una vecchia stampante a nove aghi, e rozzamente rilegato in pelle (nessuno è stato scuoiato vivo per la rilegatura di questi tomi, lo posso assicurare).
Dopo tanti anni ho finalmente scannerizzato la mia copia, qui in un file PDF da 45,9 Mb. liberamente scaricabile dal mio Dropbox. Se vi è piacuto, considerate la possibilità di fare una donazione attraverso il bottone PayPal nella colonna a destra della pagina. Grazie.



venerdì 30 novembre 2012

Note a “Il villaggio nero. Racconti fantastici” di Stefan Grabiński


La raccolta Il villaggio nero. Racconti fantastici di Stefan Grabiński che ho tradotto e curato per Edizioni Hypnos è uscita nel novembre del 2012, priva tuttavia – per disguido tecnico – dell’apparato di note man mano compilato in corso d’opera e posto a pié di pagina di diversi racconti, della presentazione di Miéville e della breve bio-bibliografia. Nulla di assolutamente indispensabile: per lo più annotazioni intese a chiarire riferimenti e parole alquanto inusuali per la maggior parte dei lettori, ma anche indicazioni di un utilizzo dell’italiano nel testo originale, fonti di citazione, qualche chiarimento su una dedica e su particolari scelte dell’autore, o della traduzione.

Per questo penso non sia del tutto inutile proporre tali annotazioni qui, “in separata sede” ma pur in qualche modo disponibili alla curiosità dei “pochi ma buoni” interessati alla collezione narrativa, la prima dedicata in italiano a uno scrittore nel nostro Paese ancora largamente sconosciuto.

Le annotazioni corredavano solamente alcuni testi del libro, qui indicati per titolo e nell’ordine dell’Indice. In neretto il termine o la frase a cui la nota fa riferimento.

Guardando i treni che passano, di China Miéville

  • Minerva PressCelebre casa editrice londinese specializzata nel romanzo gotico e sentimentale, attiva tra la fine del Settecento e gli anni 20 del successivo secolo.
  • Il castello d’OtrantoHorace Walpole, The Castle of Otranto, 1764: il capostipite del gotico letterario.
  • Dedalus Book of Polish FantasyA cura di Wiesiek Powaga, The Dedalus Book of Polish Fantasy, 1996: antologia del fantastico in Polonia dal periodo romantico sino al post-comunismo.
  • “Nello scompartimento”“W przedziale”, 1919, non inclusa nel presente volume ma reperibile in italiano nella versione di Andrea Bonazzi su Hypnos #8, Hypnos Edizioni, primavera 2011.
  • The Dark DomainTraduzione e cura di Miroslaw Lipinski, The Dark Domain, 1993, rist. 2005: la prima raccolta in lingua inglese di Grabiński. In seguito appariranno i volumi The Motion Demon, 2005, traduzione di Lipinski dell’originale Demon Ruchu (1919), quindi In Sarah’s House, 2007, nella versione di Wiesiek Powaga, e l’ultimo On the Hill of Roses, 2012, ovvero Na wzgórzu róż (1919), ancora tradotto da Lipinski.

Il demone del movimento
  • TrabucoTipologia di sigaro cubano, grosso e corto.
  • VergnügungsbahnlinienVergnügungsbahn Linien. In tedesco, linee ferroviarie panoramiche, adatte ai viaggi di piacere.

L’engramma di Szatera
  • akashaTermine sanscrito per definire l’etere. Nell’induismo, l’essenza base d’ogni elemento del mondo materiale.

Saturnin Sektor
  • “Non è una bella idea, questa del tempo? Lo hai letto il celebre viaggio di quel noto scrittore inglese?”Herbert George Wells, La macchina del tempo (The Time Machine), pubblicato nel 1895.

Il villaggio nero
  • kilimTappeti orientali decorati e lisci, realizzati a tessitura piana anziché annodati secondo la consueta lavorazione.
  • burnusAmpio e lungo mantello delle popolazioni arabo-berbere, spesso munito di cappuccio.

Lo sguardo
  • sumakTappeto orientale a tessuto piatto, realizzato con particolare tecnica che intreccia sull’ordito i fili colorati della trama.
  • spongia vulgarisDenominazione latina in realtà legata all’uso medico della Phylum Porifera, la spugna di mare.
  • idreGenere di animali pluricellulari a simmetria radiale, generalmente acquatici, compresi nella tipologia dei celenterati nominati poco oltre.
  • iperestesiaEccitabilità esagerata sia nella sensibilità tattile, termica o dolorifica che in quella specifica di olfatto, udito e vista.

L’amante di Szamota
  • Genesi 2:22-24 [citazione] – La Bibbia, Versione Riveduta di Giovanni Luzzi, 1927.
  • Policleto (Argo, 480 a.C. – 420-410 a.C.), scultore e bronzista, una delle massime figure della scultura greca del periodo classico.
  • Juno stolata Latino per “Giunone stolata”. Nell’antica Roma, la stola è l’abito lungo e pieghettato che ogni onorabile matrona indossa sulla tunica, da qui “mulier stolata” a indicare la donna romana nell’eccellenza delle sue migliori qualità.
  • giallo anticoIn italiano nel testo, nome di una pregiata varietà di marmo ornamentale color giallo.
  • Odi Profanum VulgusQuinto Orazio Flacco, Odi, III, 1,1: “Odi profanum vulgus, et arceo” (Odio il volgo ignorante, e me ne tengo lontano).
  • Trabucovedi nota [ne “Il demone del movimento”].
  • carissima!In italiano nel testo.

A casa di Sara
  • un casto Giuseppe!La Sacra Bibbia, Genesi 39:6-20. Schiavo in Egitto, il patriarca Giuseppe resiste ai tentativi di seduzione della moglie del suo padrone Putifarre.
  • une femme charmanteIn francese nel testo: “una donna di fascino”.
  • Villa TofanaIl riferimento implicito è alla figura di Giulia Tofana, o Toffana, giustiziata a Roma nel 1659 come avvelenatrice e per aver fornito un veleno, la cosiddetta “acqua tofana”, ad altre donne che come lei l’avrebbero usato per rendersi vedove.
  • dervisciMistici e asceti nelle confraternite islamiche Sufi, fra le cui pratiche c’è la ricerca dell’estasi attraverso una vorticosa danza roteante.
  • – [Primo Libro dei Re, citazione] – La Sacra Bibbia, I Libro dei Re 1:7-8, versione italiana dalla “editio princeps” CEI, 1971.
  • – [Libro di Tobia, prima citazione] – La Sacra Bibbia, Tobia 3:7-8, dalla “editio princeps” CEI, 1971.
  • – [Libro di Tobia, seconda citazione] – La Sacra Bibbia, Tobia 6:10-18, dalla “editio princeps” CEI, 1971, con le stesse omissioni praticate nel testo da Grabiński.

Il Bianco Lemure
  • Dedicato a Józef JedliczJózef Jedlicz, pseudonimo di Józef Kapuścieński (1878-1955), autore e giornalista polacco. Amico di Grabiński, scrisse per lui una prefazione alla seconda edizione 1922 della raccolta Demon Ruchu.
  • San FlorianoFloriano di Lorch, soldato romano, martire il 4 maggio del 304. Secondo tradizione, spense miracolosamente l’incendio di una casa. In molti paesi è protettore di chi affronta i rischi del fuoco, come gli spazzacamini per la combustione improvvisa dei residui di carbone.
  • Bianco Lemure!Bialy Wyrak nel testo originale. Il termine wyrak indica in polacco un tipo di primate notturno dello stesso genere del lemure, compreso il tarsio e il loris, ma viene oggi applicato in zoologia alla sola famiglia dei tarsi. L’elusivo animale deve ovviamente il nome ai lemures degli antichi romani, le ombre o spiriti notturni e malevoli dei morti.

La storia del becchino
  • FoscaraLocalità di fantasia. L’autore visiterà l’Italia soltanto nell’estate del 1927, cinque anni dopo la pubblicazione del racconto, vedendo Roma e trattenendosi a Venezia.
  • Satanae opus turpissimum, seu coemeterii Foscarae, regia urbis profana violatio“De le turpissime opre di Satana, ovvero in profana violazione del cimitero della regia città di Foscara”. In corretto latino: De turpissimis operis Sathanae seu coemeterii Foscarae regia urbis profana violatio.
  • FalernoCelebre vino dell’antichità classica, prodotto nell’Agro Falerno, l’odierna Campania settentrionale. Nell’uso letterario, sinonimo di vino prelibato.
  • lazzaroneIn italiano nel testo.
  • mulino della setaImpianto preindustriale per la torcitura del filo di seta, dal sec. XIV su grandi filatoi mossi da ruota idraulica.
  • studi anatomici; un certo anziano professore di PadovaIl più antico “teatro anatomico” stabile al mondo, per le lezioni di anatomia tramite la dissezione di cadaveri, fu istituito presso l’Università di Padova ma soltanto nel 1594.
  • gli strumenti dei loro antenatiOltre che a definire (in una delle possibili accezioni) gli “antenati”, il termine polacco dziady adoperato nel testo originale indica anche la cosiddetta “veglia degli antenati”: un antico rito popolare degli slavi e i baltici derivato da tradizioni slave pre-cristiane, consistente nel raccogliere le persone per entrare in contatto con le anime dei morti e conquistarsene il favore.

La vendetta degli elementali
  • donnerstagIl giovedì in tedesco, letteralmente “giorno di Donar”, il “dio del tuono” come appellativo di Thor.
  • thursdayIl giovedì in inglese, dall’anglosassone Þunresdæg, “giorno di Thunor” ovvero Thor, il “dio del tuono”.
  • giovedì, jueves e jeudiIl giovedì citato nel testo rispettivamente in italiano, francese e spagnolo, tutte lingue neolatine.
  • AvventoNel calendario liturgico, le quattro settimane di raccoglimento che preludono al Natale.

Nota bio-bibliografica
  • Karol Irzykowski (1873-1944), scrittore polacco, critico letterario e cinematografico. Membro dell’Accademia delle Lettere, tenne rubriche alla radio e sulla Rocznik Literacki. Irzykowski promosse l’opera di Grabiński e fu determinante nel fargli ottenere il premio letterario di Leopoli nel 1931.
  • Enrico Damiani (1892-1953). Slavista, critico e traduttore, fu professore universitario a Roma e Napoli e docente di letteratura italiana all’Università di Sofia.
  • I narratori della Polonia d’oggiEnrico Damiani, I narratori della Polonia d’oggi, Piccola biblioteca slava III, Istituto per l’Europa Orientale, Roma, s.d. [1928].
  • Hypnos #8, Hypnos Edizioni, primavera 2011, comprendente il saggio introduttivo di Andrea Bonazzi “Stefan Grabiński. Lunga amnesia italiana per un grande autore del fantastico”.

domenica 3 maggio 2009

Arthur Machen e la Golden Dawn...


Considerazione en passant, sorta a seguito della lettura di un articolo dell’amico Cesare Buttaboni su Ver Sacrum, Arthur Machen: L'Esteta del Terrore, ma valida a proposito di una gran parte della saggistica breve e delle note editoriali, critiche o biografiche, su Machen e altri autori fantastici d’area britannica e suoi contemporanei, non sempre né solo ovviamente in italiano. Tutti interventi in cui si esalta, come fattore di primaria importanza, l’appartenenza all’ormai famoso Ordine Ermetico dell’Alba Dorata, The Hermetic Order of the Golden Dawn.

Citando quindi Ver Sacrum piuttosto che altre fonti: “Uno degli avvenimenti fondamentali nella vita di Machen si verificò nel 1899, quando entrò a far parte della società esoterica della Golden Dawn, setta ispirata al Rosacrucianesimo. In realtà furono molti gli intellettuali che all’epoca che entrarono in contatto con la Golden Dawn, fra cui vanno almeno ricordati Bulwer-Lytton, Yeats, Bram Stoker e il celeberrimo mago Aleister Crowley che ne divenne in seguito anche il capo”.

Tanto particolare entusiasmo per la Golden Dawn, da parte degli scrittori del periodo, appare in verità ampiamente mitizzato, spesso basato su informazioni parziali, datate o palesemente “di parte” che continuano tuttavia a restare fra le più diffuse, un po’ come accade per le leggende attorno a Lovecraft, complice l'estrema diffusione via internet. I più documentati citano a supporto testi e pubblicazioni che, a ben vedere, non si rivelano a loro volta così limpidi circa le proprie fonti. Per esempio, l’affiliazione di Stoker risulta oggi indimostrabile benché avesse amici nell’Ordine (a tal proposito, vedasi in italiano il recente The Dark Screen di Pezzini e Tintori, Gargoyle 2008).

Aderire a una massoneria o una società esoterica, nell’Inghilterra tra fine Ottocento e primi Novecento, per molti non era poi troppo diverso dall’iscriversi a un circolo sociale elitario, con una partecipazione personale non di rado minima o superficiale. E in quanto a Machen – ma non solo lui, vedremo – l’importanza del suo rapporto con l’Alba Dorata non è tanto individuabile nelle pretese conoscenze occulte che avrebbe dovuto trasporre in narrativa, come non pochi amano pensare, quanto nella profonda disillusione verso tali società esoteriche, documentata nei suoi scritti.

Poco dopo la morte della moglie, Arthur Machen aderisce alla Golden Dawn su invito dell’amico Arthur Edward Waite, risultandone iniziato nel novembre del 1899. Ma non si lascia coinvolgere più di tanto da un gruppo nel quale non ritrova un congeniale ambiente spirituale, e non andrà oltre il grado di Praticus, il terzo nell’Ordine più esterno. Da cattolico, se ne stuferà per meglio sviluppare più tardi una propria forma di cristianesimo basata sulla tradizione celtica.

Algernon Blackwood, altro nome ricorrente associato alla Golden Dawn, vi entra un anno più tardi (ottobre 1900). Ne sarà un poco più coinvolto approfondendo in tale ambiente le aree di suo maggiore interesse, ma lui pure si fermerà presto: raggiunto il grado massimo del primo Ordine, non prosegue oltre scegliendo di non diventare un adepto. Starlight Man: The Extraordinary Life of Algernon Blackwood, la biografia apparsa nel 2001 a firma di Mike Ashley, fornisce particolari sull’intero argomento.

Sia Machen che Blackwood seguono Waite quando ricostituisce la Golden Dawn nel 1903, dopo che si era spezzata in due fazioni, ma entrambi già perdevano interesse. Blackwood la considerava non più che una sorta di “club esclusivo” e scriverà più avanti, sulla rivista Time and Tide del 16 marzo 1923, di condividere il giudizio tutt’altro che lusinghiero espresso da Machen nel decimo capitolo del volume autobiografico Things Near and Far, pubblicato nel 1923:

“But as for anything vital in the secret order, or anything that mattered two straws to any reasonable being, there was nothing of it, and less than nothing. Among the members there were, indeed, persons of very high attainments, who, in my opinion, ought to have known better after a year’s membership or less; but the society as a society was pure foolishness concerned with impotent and imbecile Abracadabras. It knew nothing about anything and concealed the fact under an impressive ritual and a sonorous phraseology. It had no wisdom, even of the inferior or lower kind, in its leadership; [...]

“Ma in quanto ad alcunché di vitale nell’Ordine segreto, o qualunque cosa che importasse un fico ad alcun essere ragionevole, di questo non c’era nulla, e men che nulla. Fra i membri verano, in effetti, persone d’alta cultura le quali, a mio giudizio, dopo un anno o meno d’affiliazione avrebbero dovuto avere più buonsenso; ma la società quanto a società era pura sciocchezza incentrata su inutili e imbecilli “Abracadabra.” Essa non sapeva niente di niente, e nascondeva la cosa sotto a un rituale di grand’effetto e una fraseologia altisonante. Non aveva saggezza, nella sua guida, nemmeno dell’inferiore o del più basso genere; [...]

La traduzione è mia, restando l’originale inedito in Italia. L’autore gallese si riferisce all’Ordine in tutta trasparenza come Order of the Twilight Star, proseguendo le invettive, non senza caustico umorismo, ben oltre il brano estratto in precedenza. In inglese e corredata di note, l’intera sezione si può altrimenti leggere alla pagina www.cafes.net/ditch/twilight.htm.


venerdì 5 dicembre 2008

Piombo: i versi di George Bacovia


“4. Piombo (Plumb), di George Bacovia. Poemi da unarretrata città romena in cui la stagione è o autunno o inverno, il tempo del giorno è il crepuscolo, l’atmosfera densa di melanconia o d’ansia, i parchi e le vie sono deserti, stanze claustrofobiche si affacciano su mattatoi e cimiteri, e sempre c’è da seguire un funerale. Qualche titlolo: «Vespro autunnale,» «Vespro invernale,» «Vespro violetto,» «Nero,» «Grigio» e «Vespro antico».”

A firmare questa laconica descrizione è lo scrittore americano Thomas Ligotti, nell’elencare la raccolta dei versi di Bacovia fra i dieci classici della poesia macabra e orrifica di sempre secondo una propria “classifica” personale, Thomas Ligotti’s Ten Classics of Horror Poetry, appositamente compilata per il recentissimo omnibus tematico The Book of Lists: Horror (Harper, 2008). Un omaggio forse persino imbarazzante per certa “accademia” provenendo dal mondo della letteratura di genere; segno tuttavia di quanto l’opera del poeta simbolista romeno, immaginifica e cupa, risulti attuale e incisiva anche attraverso la propria diffusione in lingua inglese.

George Andone Vasiliu, tale il vero nome di George Bacovia, nasce nel 1881 a Bacău nell’est della Romania. Laureato in legge senza mai esercitare la professione di avvocato, vive come impiegato e talvolta insegnante di calligrafia e disegno, trascorrendo gran parte della propria esistenza a Bucarest sino alla morte nel 1957. Del 1916 il suo primo volume Piombo (Plumb), seguito da cinque altre raccolte: Scântei galbene [letteralmente, “Faville gialle”] nel 1926; Cu voi [“Con voi”] nel ‘30; Comedii în fond [“Commedie in fondo”] nel ‘36; Stanţe burgheze [“Stanze borghesi”] nel ‘46 e Poezii [“Poesie”] infine nel 1956.

Presto influenzato dai simbolisti francesi, nell’aura dei “poeti maledetti” da Poe a Baudelaire, Verlaine e Maurice Rollinat, i suoi versi brevi, concisi e frammentati tra sospensioni e stacchi, incidono paesaggi crepuscolari di desolazione; dipingono malinconie, solitudini e angosce sulle tavole cromatiche del nero e grigio, con rari tocchi di colore come a più tragico, netto contrappunto. Non filtra luminosità né calore in questa realtà funerea, erosa da un’entropia senza speranze, opprimente come una prospettiva di carceri piranesiane da cui nemmeno il pensiero della morte lascia evadere.

Qui da noi ancora scarsamente conosciuto, soltanto alcune fra le poesie di Bacovia erano sinora tradotte e diffuse in sparse antologie di romenistica, mentre un’edizione bilingue di Piombo era apparsa più di trent’anni fa come Plumb / Piombo, data alle stampe in Romania con versione italiana di Mariano Baffi (Minerva, Bucarest 1976) e ormai introvabile al di fuori delle biblioteche. Scarsa se non assente perfino su web ogni presenza e documentazione in proposito, nella nostra lingua, salvo rari interventi come quelli di Flavio Pettinari sulle proprie pagine, e Ian Delacroix per Il Cancello.

Novità dello scorso ottobre, per la prima volta in Italia un’antologia interamente dedicata a George Bacovia giunge finalmente dalla piccola editrice romana Fermenti.

Piombo. Versi / Plumb. Versuri è un volumetto di centoventi pagine che affianca i testi in lingua originale a quelli in italiano, con oltre un’ottantina di versi scelti dall’opera complessiva del poeta – non solamente, quindi, dal suo libro d’esordio, come il titolo avrebbe potuto suggerire. Pubblicata con il contributo della Fondazione Marino Piazzolla, la raccolta viene curata e tradotta dall’italianista romeno Geo Vasile che pure ne firma il saggio introduttivo.

“Questa parsimoniosa selezione dall’opera del più attuale tra gli interbellici romeni, cioè George Bacovia (1881-1957) si rivolge prima di tutto al lettore italofono, meno interessato dei dettagli storico-letterari, curioso piuttosto di capire il messaggio poetico e profetico di una sincopata ma longeva parabola moderna al cospetto della postmodernità, romena ed insieme europea. La selezione offerta dal sottoscritto non ebbe modo di evitare un certo soggettivismo del lettore, nonché del traduttore, anche se sempre attento al valore estetico del testo, alla sua forza di rappresentare pars pro toto il Bacovia delle tappe percorse a partire dal volume Piombo (1916) fino a Stanze borghesi (1946), ma anche il poeta della partitura unica, chiaroveggente, di grande impatto per la poesia romena tanto negli ultimi tre decenni del ventesimo secolo, che adesso, a 50 anni dalla sua morte”.

L’introduzione, di cui sopra si riportava l’incipit, prosegue rendendosi forse più sonoramente specialistica in tono di quanto un primissimo approccio italiano all’autore avrebbe richiesto, perlomeno presso il medio lettore “curioso” cui tendeva inizialmente a rivolgersi, affidando alla seguente cronologia bio-bibliografica ogni principale elemento informativo circa la vita e le attività del poeta.

Puntuali le traduzioni, nel rispetto del ritmo come finanche della rima; persino meticolose all’eccesso nel ricercare una corrispondenza di termini che, per quanto tecnicamente esatta, suona a volte meno felice di altre scelte possibili, nell’italiano, tradendo magari la lettera in favore del senso. Mancano poi precisi riferimenti a data e provenienza di ogni singolo titolo, ben che forse non indispensabili in contesto divulgativo, né viene segnalato il caso di proposta non integrale del componimento.

A seguito un esempio significativo dai versi di George Bacovia, quasi a visione di un ultimo, definitivo “confrontarsi col nulla.” Si tratta della parte I della poesia Sic transit, tratta dal volume sempre nella versione di Geo Vasile.


Attesa e necessaria iniziativa editoriale, l’uscita segna anche nel nostro paese, in endemico ritardo, il punto d’inizio per una diffusione più ampia e un migliore apprezzamento della poetica bacoviana. Certo di enorme interesse, per tematica, visione e approccio se non altro, pure nell’ambito letterario gotico e fantastico.

Piombo. Versi / Plumb. Versuri
George Bacovia
Collana Nuovi Fermenti/Letteratura internazionale, Fermenti Editrice, 2008
brossura, 120 pagine, Euro 10,00
ISBN 978-88-89934-55-5

venerdì 21 novembre 2008

Stefan Grabiński

Ottant’anni di amnesia italiana per un grande autore europeo del fantastico.

Non fosse stato un autore dell’Est europeo d’inizio secolo, morto in bolletta, scordato e ignorato così rapidamente e a lungo, avremmo da tempo i suoi racconti inclusi in ogni antologia di classici del brivido. Invece, il suo nome è praticamente ignoto al pubblico italiano, persino assente dalla saggistica specializzata come dalle più aggiornate enciclopedie letterarie e di settore. Nonostante la riscoperta da tempo in atto altrove, con le nuove edizioni inglesi in special modo. Nonostante il fatto che proprio in Italia si ebbero le sue primissime traduzioni in altra lingua, pubblicate già nei tardi anni 20.

Scomparso nel 1936, dimenticato anche in patria sino agli anni 50 dopo un effimero successo legato a un solo titolo nel corso di una vita breve e travagliata, il polacco Stefan Grabiński fu autore di straordinari racconti fantastici, decisamente inusuali sia per l’epoca che per la tradizione letteraria del proprio paese, pagando a caro prezzo la scelta, senza compromessi verso critica e pubblico, di dedicarsi alla sola narrativa soprannaturale. Anzi, particolarmente a un tipo di racconto weird come se ne sarebbe potuto scrivere in Europa Occidentale e oltre oceano, rinnovando gli esausti stilemi del gotico alla luce dei nuovi interrogativi scientifici e filosofici, innestandoli nei simboli stessi della modernità e del progresso: la ferrovia innanzi tutto, sfondo a molte delle sue storie più efficaci.

Un fantastico che, senza stranamente attingere al vasto patrimonio folclorico condiviso dai connazionali, guarda ai modi dell’horror classico e psicologico, dal macabro all’orrore metafisico, con tratti di franchezza sessuale ben poco comuni per il periodo e nel genere. Fortemente interessato alla psicologia, la psichiatria e la psicopatologia così come alle possibilità della parapsicologia e delle scienze occulte, la visione filosofica dello scrittore lo conduceva a credere nel primato della mente sulla materia, strenuo opponente del determinismo e del meccanicismo, tutto ciò lasciando confluire nei suoi scritti.

Forze terribili e misteriose, spesso orribili, incombenti, sempre agiscono sotto alla superficie di quotidianità delle sue storie. Forze risvegliate da casuali combinazioni, da atti più o meno intenzionali oppure filtrate attraverso fratture nella realtà stessa delle cose. In uno suoi racconti, troviamo uno scrittore in crisi, ritirato in solitudine, che finisce con l’incontrare l’ombra delle sue stesse creazioni le quali, vampirescamente, ne reclamano la vita per rendersi a loro volta concrete.

In altri, troviamo un folle orologiaio sfidare letteralmente il tempo; o ancora treni fantasma, amanti vampiriche, visioni di un altro piano d’esistenza appena dietro l’angolo del quotidiano e spaventose irruzioni del mondo onirico nel reale. Non mancano storie di ambientazione italiana: l’immaginaria località di Foscara si rende così sede per le sinistre attività d’uno stregonesco scultore di monumenti funebri, tal Giovanni Tossati, che diventa becchìno del paese.

In altro racconto ancora, un uomo è tormentato, quasi posseduto dalla presenza spettrale del precedente affittuario nell’appartamento in cui è andato a traferirsi, rivivendone i gesti di ogni giorno e scampando in extremis dall’emularne il suicidio. Storia sorprendentemente affine, per tematica e atmosfere, al romanzo di Roland Topor L'inquilino del terzo piano (Le locataire chimérique, 1964), e ancor più alla versione cinematografica trattane da Roman Polanski, polacco anch’egli, nel 1976.

L’attuale – pressoché totale – mancanza di fonti d’informazione in italiano rende una qualche nota biografica decisamente necessaria, per quanto scarni siano i dati in tal senso da sempre disponibili.

Figlio di un giudice distrettuale e di un’insegnante di pianoforte, Stefan Grabiński nasce il 26 febbraio del 1887 a Kaminonka Strumiłowa (oggi Kamianka-Buzka) nella provincia di Leopoli, allora nella Galizia polacca sotto il dominio degli Asburgo e attualmente parte dell’Ucraina. La sua salute è precaria, affetto sin da giovane età da una forma di tubercolosi ossea.

Iniziate le scuole a Sambor (ora Sambir), alla morte del padre si trasferisce con la famiglia a Leopoli dove studia Filologia Classica e Letteratura Polacca sino alla laurea, nel 1910, per darsi quindi all’insegnamento presso le scuole secondarie pubbliche e private della città. Attività che continuerà a esercitare per il resto della propria vita, si trova a insegnare anche a Vienna fra il 1914 e il ’15, quindi a Przemyśl, di nuovo in Polonia tra il1917 e il 1921: gli anni del suo sfortunato matrimonio. Nel ’17 sposa infatti Kazimiera, un’insegnante di musica dalla quale ha due figlie, ma da cui verrà abbandonato quattro anni più tardi. Grabiński non si risposerà, né avrà altre stabili relazioni, senza mai nulla confidare a nessuno a proposito della separazione.

Più tardi inizia viaggiare: viene in Italia nel 1927 e visita brevemente la Romania nel ’29. Ma la tubercolosi peggiora e prende adesso a devastargli i polmoni. Un premio letterario, finalmente conferitogli nel 1931, gli offre qualche fugace sollievo finanziario e lo scrittore si ritira definitivamente nelle più salubri campagne del vicino villaggio di Brzuchowice. Saranno anni d’isolamento e ristrettezze, i suoi ultimi in un costante declino sino alla morte a Leopoli il 12 novembre del 1936.

Il debutto letterario di Stefan Grabiński avviene nel 1909 con Z wyjątków. W pomrokach wiary [più o meno letteralmente: “Dall’insolito. Nelle ombre della fede”], una raccolta autopubblicata con lo pseudonimo di Stefan Zalny e destinata a non lasciare traccia. Miglior esito e accoglienza trova il suo secondo libro di racconti, Na wzgórzu róż [“Sulla collina delle rose”] pubblicato nel 1918, mentre il solo vero successo della sua carriera arriverà un anno più tardi con Demon ruchu [“Il demone del moto”], che pone la ferrovia moderna al centro del proprio universo fantastico e preternaturale, e l’ossessione per la velocità e il movimento alla base delle psicologie aberranti di alcuni personaggi. Favorevolmente colpito dalla resa su sfondo realistico di un genere così poco comune nella letteratura nazionale, sarà il critico Karol Irzykowski a definire l’autore come “il Poe Polacco,” etichetta forse un poco riduttiva ma abbastanza efficace da perdurare a tutt’oggi.

Seguono tre altre raccolte, rappresentative insieme alle due precedenti del suo periodo migliore e di maggior fortuna: Szalony pątnik [“Pellegrino folle”] nel 1920, Niesamowita opowieść [“Storia incredibile”] e Księga ognia [“Il libro del fuoco”] nel 1922. Un’ultimo volume di racconti dal titolo parzialmente in italiano, Namiętność (L’appassionata) [“Passione (L’appassionata)”], è invece del 1930
.

Senza tornare ai vertici toccati con le sue storie brevi, Grabiński scrive anche diversi romanzi, ancora incentrati sui propri temi fantastici e tuttavia privi al più della medesima tensione, appesantiti alquanto da concezioni esoteriche e speculazioni nei campi tradizionali dell’occulto. Salamandra, del 1924, rispecchia una moderna lotta tra il bene e il male; Cień Bafometa [“L’ombra di Bafometto”] nel 1926 è una visione sull’emancipazione dal male stesso. Nel 1928 viene pubblicato Klasztor i morze [“Il monastero e il mare”] e nel 1936, infine, Wyspa Itongo [“L’isola di Itongo”], nel quale gli abitanti di un’isola imparano a convivere con gli spettri dei morti, in una sorta di società utopica sino al finale cataclisma che torna a separare i due mondi. Un ultimo romanzo, Motywy docenta Ponowy [I motivi del professor Ponowy], resta incompiuto alla morte dell’autore.

Il fantasista polacco firma anche alcuni lavori teatrali: a Willa nad morzem (Ciemne siły) [“Villa sul mare (Forze oscure)”] del 1916, che viene presentato a Varsavia, a Cracovia e a Leopoli, fanno seguito Zaduszki [“Il giorno dei Defunti”] nel 1921 e Larwy [Larve] nel ’28. Pure, scrive la sceneggiatura per il film Kochanka Szamoty (1927) di Leon Trystan, tratto dal suo stesso omonimo racconto [“L’amante di Szamota”].

Soltanto nel 1949 un paio dei racconti di Grabiński ritrovano diffusione in Polonia, inclusi in un’antologia, e una raccolta appare finalmente nel corso del seguente decennio: l’inizio di una riscoperta che torna a diffonderne l’opera, anche attraverso il prestigioso contributo di Stanislaw Lem che cura una selezione della sua narrativa breve nel 1975. Nei primi anni 80 arrivano poi le traduzioni in tedesco, e quelle in inglese sul finire della decade, qua e là antologizzate e nelle prime versioni pubblicate in proprio da Miroslaw Lipinski sulle uscite del suo The Grabinski Reader. Le stesse in seguito riunite nel volume The Dark Domain, edito dalla britannica Dedalus nel 1993 e ristampato nel 2005 con un’evocativo ritratto di copertina di Ben Mitchell.

Quello di Stefan Grabiński diviene in breve un nome ricorrente sia tra gli appassionati che gli autori di lingua inglese, citato fra le ispirazioni di un Thomas Ligotti e inserito da un China Miéville nella personale lista dei “dieci migliori libri weird” di sempre, con un’entusiastica recensione di The Dark Domain apparsa sul quotidiano The Guardian nel 2003.

Ancora Lipinski si occupa dell’edizione integrale Ash-Tree Press di The Motion Demon (Demon ruchu) nel 2005, la prima in una serie dedicata al visionario polacco, almeno nelle intenzioni della piccola casa editrice specializzata canadese. Più recente è infine la selezione tradotta da Wiesiek Powaga per le inglesi CB Editions, nel tascabile In Sarah’s House del 2007. Lo stesso Demon ruchu viene proposto anche in portoghese, nel 2003, come O demónio do movimento.

E in Italia? Come accennato in apertura, e nonostante la totale amnesia degli ultimi ottant’anni, proprio qui hanno trovato stampa le sue prime traduzioni. I racconti “Treno Fantasma” (Błędny pociąg) e “Segnali” (Sygnały), entrambi da Demon ruchu (1919), compaiono del 1928 sulle pagine de La Stampa nella versione dello slavista Enrico Damiani che, probabilmente nel corso dello stesso anno, li include nel volumetto da lui curato I narratori della Polonia d’oggi (Piccola biblioteca slava III, Istituto per l'Europa Orientale, Roma, s.d. [1928]). Purtroppo in versione non integrale, ma corredati di un sintetico apparato critico in un contesto dedicato alla letteratura polacca del momento.

“Diversissimo da tutti i precedenti e in generale da ogni altro scrittore polacco è Stefan Grabiński, la cui arte trova piuttosto una qualche parentela con quella di Edgardo Poë,” – scrive Damiani nell’incipit del suo intervento sull’autore. Nelle “Conclusioni” al termine del libro tornerà a farne citazione, a proposito del realismo nella vena fantastica polacca: – “Non si può in sostanza negare che anche nei casi in cui la pura fantasia sembra prendere il sopravvento (come, per esempio, in taluni scritti di Berent e Grabiński), anche là la fantasia stessa è posta al servizio del realismo fondamentale di determinate situazioni psicologiche speciali, le quali l’autore riveste precisamente di forme fantastiche per raggiungere dati effetti artistici”.

Isomma, in una cultura come la nostra tradizionalmente avversa a tutto ciò che esula dal realismo, per ammettere che un’opera fantastica sia nondimeno buona letteratura par quasi occorra giustificarsene negando, o almeno ridimensionando, l’elemento fantastico pure in essa evidente.

Lo scrittore di Leopoli giunse in Italia nel giugno del 1927, con l’intenzione di visitare Venezia, Roma, Napoli, Capri e la Sicilia in un lungo giro turistico, interrotto tuttavia nella città lagunare in cui fece inattesa conoscenza e subito amicizia con la connazionale Stefania Kalinowska, attiva nel mondo culturale italiano come traduttrice dal polacco. Dopo una breve escursione a Roma, Grabiński ritornò quindi a Venezia per trascorrevi il resto dell’estate. Proprio la Kalinowska avrebbe tradotto un altro suo racconto, “Wezwanie” [letteralmente, “La chiamata”], pubblicato sulla Gazetta di Venezia e sul numero di ottobre della rivista Tutto, nel 1929.

Che un qualche editore italiano finalmente si accorga dell'esistenza se non delle potenzialità di Grabiński, almeno entro l’attuale era geologica, parrebbe un’evidente utopia nonostante i suoi scritti siano di pubblico dominio oltrepassati i fatidici settantacinque anni dalla morte, e richiedano dunque “soltanto” una degna traduzione dall’originale.

Per concludere, dopo tanto parlare di uno scrittore ai più del tutto sconosciuto e inaccessibile sembra opportuno proporne almeno un breve esempio. Il brano riportato qui a séguito rappresenta la parte conclusiva del racconto “Segnali,” estratto dal citato I narratori della Polonia d’oggi per la traduzione di Enrico Damiani. Negli antefatti della narrazione, misteriosi segnali d’ingiustificato allarme giungono da giorni, oramai, da una particolare linea ferroviaria:

__ Durante il giorno il movimento si svolgeva regolarmente e tutto andava secondo il suo corso normale. Ma allo scoccare delle 7 di sera echeggiavano di nuovo i segnali d’allarme, nel medesimo ordine della sera precedente. Cioè: prima il segnale: «vagoni staccati», poi il comando «fermare tutte le vetture», infine la parola d’ordine: «mandare una locomotiva con operai» e il grido disperato di soccorso: «mandare una macchina con operai e medico». Caratteristica era la graduazione nella scala dei segnali, nei quali ogni successivo indicava un aumento del chimerico pericolo. I segnali evidentemente si completavano formando una catena spezzata da interruzioni nel corso d’un’immaginaria «sventura».
__ Si decide di compiere un’inchiesta. Una speciale commissione si reca a ispezionare i posti di guardia lungo la linea ferroviaria. Al primo non si trova nulla di anormale: il cantoniere è lì, al suo posto, e non ha mai trasmesso segnali di sorta.
__ La Commissione prosegue l’ispezione e s’avvia verso la successiva casa cantonale.
__ Quaranta minuti più tardi si trovavano sul posto. Nessuno venne loro incontro. Ciò li stupì. Il posto di guardia sembrava come morto: nessuna traccia di vita all’intorno, nessun segno d’essere vivente. Né s’udivano le voci patriarcali del bestiame domestico, non un gallo cantava, non una gallina chiocciava.
__ Per le scale ripide, lungo le quali scorrevano due ringhierine, salirono sulla sommità, dove s’elevava la casetta del cantoniere Jaźwa. All’ingresso furono salutati da un immenso sciame di mosche insistenti, moleste, ronzanti; insetti che parevano arrabbiati si avventarono contro gli intrusi, sulle mani, sugli occhi, sul viso.
__ Bussarono alla porta. Nessuno rispose da dentro. Uno dei ferrovieri, spinse la maniglia. La porta era chiusa.
__ – Signor Tuziak – fece cenno Pomian al ferraio della stazione – forziamo la serratura!
__ – Subito, signor capo.
__ Scricchiolò il ferro, crepitò la serratura e cedette.
__ L’ispettore spinse col piede la porta ed entrò dentro. Ma nel medesimo istante si tirò indietro, sul pianerottolo, portando il fazzoletto al naso. Un terribile fetore l’aveva colpito dall’interno della stanza. Uno degli impiegati si fece coraggio e, oltrepassata la soglia, spinse in fondo lo sguardo.
__ Davanti al tavolo, sotto la finestra, stava seduto il cantoniere col capo abbandonato sul petto, con la mano destra appoggiata sul bottone dell’apparecchio delle segnalazioni.
__ L’impiegato s’avvicinò al tavolo e tornò verso l’ingresso, pallido come un cencio. Una rapida occhiata gettata sulla mano del cantoniere l’aveva persuaso che non le dita s’appoggiavano sulla tastiera, ma tre ossa nude e spolpate.
__ In quel momento l’uomo seduto al tavolo barcollò e si rotolò come un pezzo di legno sulla terra. Si riconobbe in lui il cadavere di Jaźwa in stato di completa decomposizione. Il medico presente constatò che la morte doveva essere avvenuta almeno dieci giorni prima.
__ Fu steso un verbale e la salma fu sepolta sul posto, senza autopsia a causa del suo stato di forte putrefazione.
__ Le cause della morte non furono precisate. I contadini della campagna vicina, interrogati, non seppero dare altre informazioni, se non che già da lungo tempo Jaźwa non s’era più visto. Due ore dopo la Commissione era di ritorno a Ostoia.
__ Il Capo-stazione di Dąbrowa poté quella notte e le successive dormire i suoi sonni tranquillo, senza esser disturbato da segnali. Ma una settimana dopo avvenne sulla linea Dąbrowa-Głaszòw una terribile catastrofe. Alcuni vagoni, staccatisi per un caso disgraziato, investirono un treno diretto che avanzava dalla parte opposta e lo fracassarono completamente. Perirono tutto il personale di servizio e circa ottanta passeggeri.


Grazie all’amico Slawek Wielhorski, responsabile fra l’altro della pagina di Stefan Grabinski in MySpace, per le preziose informazioni bibliografiche circa le vicende e pubblicazioni italiane dell’autore, individuate e tradottemi attraverso il sempre stimolante forum di www.ligotti.net. Fra le risorse in lingua inglese è infine da segnalare il sito The Dark Domain, principale riferimento web gestito dall’esperto Miroslaw Lipinski.


venerdì 7 novembre 2008

Qualcosa di Frank Belknap Long


“[...] Frank Belknap Long, dunque, è il nostro poeta nuovo—nello scrivere poemi che avrebbero potuto essere firmati dai più grandi fra gli elisabettiani minori, con uno almeno, «The Marriage of Sir John de Mandeville,» degno di un Christopher Marlowe. Per Long, l’orribilità della vita come si può trovare nelle moderne città cessa di esistere, ma nel suo rifiuto del realismo per come lo vedono i suoi contemporanei c’è una strada risplendente verso più raffinate cose, e verso lo slancio misericordioso che muta in permanenza ogni poesia tragica e maggiore”.

Questa la conclusione, decisamente generosa, della breve prefazione scritta da Samuel Loveman per A Man From Genoa and Other Poems (The Recluse Press, 1926), libro desordio e prima raccolta di poesie di un allora venticinquenne Frank Belknap Long. Giovane promessa nel circuito letterario del giornalismo amatoriale, già Howard Phlillips Lovecraft ne aveva tessuto le lodi in un articolo del 1924 per la United Amateur Press Association, apparso senza firma per evitare forse accuse di parzialità, vista la nota e stretta amicizia fra i due iniziata per via epistolare tre anni prima.

Sempre il gentiluomo di Providence assisterà Robert H. Barlow, nel corso di una lunga visita in Florida, nella composizione e stampa – riaggiustandone qui e là la metrica – di The Goblin Tower (Dragon-Fly Press, 1935), una minuscola edizione “a sorpresa” che andava a riunire i più recenti versi. Compresi quelli apparsi su rivista, innanzi tutto su Weird Tales del quale Long fu tra i primi contributori per la poesia fantastica, con una dozzina di titoli pubblicati fra il 1925 e il ’38.

Sognante esotismo e un senso del meraviglioso spesso proiettato in cornice storica, partendo dalle atmosfere rinascimentali o elisabettiane dei suoi poemi maggiori, costituiscono i temi portanti nella versificazione di Belknap Long, assai più che l’horror o le fantasie cosmiche comuni ad amici e colleghi quali Clark Ashton Smith, Donald Wandrei o lo stesso Lovecraft.

Ma si tratta di una produzione poetica destinata a limitasi, in linea di massima, agli anni giovanili: lo scrittore newyorkese prenderà in seguito altre strade, specialmente dedicandosi alla fantascienza dopo gli anni 30, in una lunga e intensa carriera come autore di romanzi, racconti e saggi, benché non particolarmente fortunata, attraverso l’intera storia della letteratura fantastica americana del suo secolo, per spegnersi novantatreenne nel 1994.

Un’edizione leggermente variata di The Goblin Tower (The New Collectors Group, 1949) viene riproposta a oltre un decennio di distanza, e solo nel 1977 vedrà la stampa In Mayan Splendor, un volume Arkham House che riunisce i contenuti dei due precedenti, splendidamente illustrato da Stephen E. Fabian. A un anno dalla scomparsa, il resto delle poesie sparse o ancora inedite di Long viene infine recuperato, ancora dalla più piccola editoria specialistica, nel fascicolo The Darkling Tide: Previously Uncollected Poetry (Tsathoggua Press, 1995).

Di Frank Belknap Long resta nota in Italia la sola principale narrativa, dal più celebre I segugi di Tindalos in poi. Solamente tre delle sue poesie risultano tradotte e non facilmente reperibili nell'ambito delle fanzines specializzate, tutte e tre pubblicate sulle pagine di Yorick Fantasy Magazine nel corso di una dozzina danni: Mistiche bestie di Sibilla sul numero 8/9 del 1989, L’altra Innsmouth (Innsmouth Revisited) sul n. 30/31 del 2000 e Nello splendore dei Maya (In Mayan Splendor), nel n. 32/33 del 2002.

A seguito, un esempio della poesia di Long in scelta e versione personali come di consueto, a concludere quel che vuol essere appena rapido sguardo verso un aspetto quasi del tutto trascurato, almeno qui, della letteratura weird e del fantastico.



The Horror on Dagoth Wold di Frank Belknap Long, in Weird Tales, febbraio 1930. Traduzione di Andrea Bonazzi.

mercoledì 20 agosto 2008

Qualcosa di Robert H. Barlow


Di Robert Hayward Barlow (1918–1951) restano soprattutto note le connessioni con Howard Phillips Lovecraft, con il quale entra in corrispondenza nel 1931 nascondendo la propria vera età, almeno sino all’incontro con lo scrittore suo ospite tre anni più tardi in Florida.
Genio precoce e appassionato del fantastico, il giovanissimo Barlow entra presto in contatto epistolare con Clark Ashton Smith, con Robert E. Howard e altri ammirati autori di Weird Tales; inizia egli stesso a scrivere, assistito da un Gentiluomo di Providence sempre prodigo di consigli; prende a collezionare manoscritti, spesso offrendosi di batterli a macchina preservando in questo modo molti originali altrimenti destinati alla dispersione. Diventa editore e tipografo in proprio realizzando fanzines come The Dragon-Fly (1935-1936) e Leaves (1937-1938), dando a stampa nel 1935 The Goblin Tower, la prima raccolta di poesie di Frank Belknap Long, e The Cats of Ulthar del medesimo Lovecraft in numero limitato di copie, progettando altri volumi ancora di Whithehead, di C.L. Moore e di Smith sull’impeto di un entusiasmo che non riuscirà, tuttavia, a tenere il passo con gli impegni.
La narrativa di Robert H. Barlow conta sei fra semplici revisioni e collaborazioni con H.P. Lovecraft, il quale fornì titolo al brevissimo racconto d’esordio The Slaying of the Monster (1931 circa) risistemandone la prosa, seguìto da Il tesoro del mostro stregone (The Hoard of the Wizard-Beast, 1933), tradotto in italiano ma difficilmente reperibile sulle riviste Fictionaire (n. 1, ottobre 1999) e Mystero (n. 46, marzo 2004). Entrambe le storie sono rimaste inedite fino al 1994, mentre solitamente incluse nelle raccolte lovecraftiane sono Il match di fine secolo (The Battle That Ended the Century, 1934), goliardica e in origine anonima messa in parodia del giro di colleghi e conoscenti; Universi in sfacelo (Collapsing Cosmoses, 1935), un frammento di satira sulla fantascienza del periodo; Finché tutti i mari... (“Till A’ the seas”, 1935) e L’oceano di notte (The Night Ocean, 1936). Proprio quest’ultimo, ironicamente, a lungo e da tanti indicato come un racconto fra i “più maturi” del tardo Lovecraft… sino alla scoperta del manoscritto originale su microfilm, negli anni 90, a dimostrarne invece un minimo intervento, forse meno del 10% sul totale secondo S.T. Joshi.
Diversi racconti tra i primi fino al ciclo degli Annals of the Djinn (1933-1936) inevitabilmente risentono dell’inesperienza di un autore, per quanto dotato, ancora adolescente. Altri come A Dim-Remembered Story (1936) trovano invece le stesse sicure e intense atmosfere weird di The Night Ocean, e meriterebbero maggior diffusione se non una traduzione in italiano.
Uno scritto olografo di Lovecraft tra le Istruzioni in caso di decesso designò R.H. Barlow, come sappiamo, quale proprio esecutore letterario. Di qui, tuttavia, una serie di incomprensioni e dimmotivati risentimenti da una parte dei contatti comuni che, ancora ignari, vedevano il giovane “appropriarsi” delle carte dello scrittore del Rhode Island... con Derleth e Wandrei che già si affannavano per pubblicarne l’opera mentre, sommerso di problemi personali, il povero Barlow sembrava non combinare nulla.
In realtà si deve a lui la conservazione della gran parte del materiale e degli scritti lovecraftiani, e il loro affidamento in custodia a una biblioteca. Robert Barlow cura quindi l’edizione di Notes and Commonplace Book (1938) e, parzialmente fugati gli spiacevoli screzi, collabora infine alla preparazione di The Otsider and Others, il primo volume Arkham House nel 1939, per poi raccogliere i suoi personali ricordi in The Wind That Is in the Grass: A Memoir of H.P. Lovecraft in Florida (1944). Memories of Lovecraft (1934) è invece una fresca memoria della lunga visita di quell’anno presso la famiglia Barlow a De Land, Florida, attraverso le annotazioni del momento. Pubblicato integralmente solo nel 1992, una sua parziale redazione emendata da August Derleth apparve come The Barlow Journal nel 1959 e nel ‘66, probabile riferimento per la versione italiana proposta in Tutto Lovecraft vol. 9: Demoni e meraviglie (Fanucci, 1990) con il titolo di “Diario” di una visita.
Dopo la scomparsa di HPL, come a chiudere un capitolo di vita l’interesse si sposta drasticamente verso la poesia, già praticata e apparsa in pubblicazioni amatoriali. L’incontro con il “movimento attivista” di Lawrence Hart, nel 1939, spinge Barlow ad abbandonare la tradizione metrica formale per dedicarsi al verso sperimentale: vince premi universitari con Poems for a Competiton (1942) e pubblica View from a Hill (1947), mentre una terza raccolta Accent on Barlow: A Commemorative Anthology giungerà postuma nel 1962.
Perfeziona nel frattempo gli studi in antropologia e storia, e intorno al 1943 si trasferisce in Messico dove insegna sino a ottenere la cattedra di professore al Mexico City College. Esperto di lingua Nahuatl, Robert H. Barlow diviene un autentico pioniere della ricerca storica e linguistica nel paese, un’autorità sul periodo messicano fra il XIV e il XVII secolo.
Ma subisce ricatto, in quanto omosessuale... Un possibile scandalo gli costerebbe al minimo la carriera e nel 1951, a soli trentadue anni, mette fine alla sua esistenza in un’overdose di barbiturici.
La sua poesia e narrativa fantastica sono raccolte nel volumetto Eyes of the God: The Weird Fiction and Poems of R.H. Barlow uscito nel 2002 presso Hippocampus Press, mentre l’intero epistolario Lovecraft-Barlow esistente è apparso in O Fortunate Floridian: H.P. Lovecraft Letters to R.H. Barlow, nel 2007 per i tipi della University of Tampa Press. Alla prima monografia critica su Robert Barlow sta attualmente lavorando Massimo Berruti, in un libro di futura uscita ancora per la Hippocampus di New York.
A seguito, per concludere, un esempio della poesia di Barlow con gli ultimi versi composti quattro anni prima della morte:



Intimations of Mortality (Fall 1947) di Robert H. Barlow, in Eyes of the God (Hippocampus Press, 2002). Traduzione di Andrea Bonazzi.

venerdì 13 giugno 2008

Venerdì 13, simbolismi di una data


Tutto (o quasi) quel che c’è da sapere per affrontare il giorno più malfamato nel calendario della superstizione.
Se il calendario vi ha appena ricordato la fatidica data di oggi, venerdì 13, non c’è davvero motivo di inquietarsi, né più né meno che in qualunque altro giorno della settimana o del mese. A meno che non siate superstiziosi… poiché, a quanto pare, niente porta più sfortuna che l’esserlo.
Sia il venerdì che il 13 come numero in sé trovano da sempre radicate tradizioni, non solo in Occidente, che li considerano come fattori negativi o infausti. Il più evidente simbolismo, almeno per la nostra cultura, si trova nel novero dei commensali dell’Ultima Cena, con il tredicesimo del presenti, Giuda, che si rende traditore di Gesù, il quale proprio di venerdì muore sulla croce.
Sono poi sufficienti poche coincidenze storiche perché la combinazione della data assuma o confermi l’oscura suggestione della propria fama. Per esempio, pare cadesse proprio di venerdì quel 13 di ottobre del 1307 in cui re Filippo il Bello fece arrestare tutti i Templari sul territorio francese, confiscando i loro beni e consegnandoli all'Inquisizione.
Se il numero 12 viene generalmente considerato come rappresentativo di un ciclo concluso (dodici i mesi, dodici i segni zodiacali, e via elencando), il 13 vi aggiunge una sorta di unità perturbante, estranea e complementare a un tempo, così che il tredicesimo elemento si presenta come trasgressione, antitesi o minaccia di un sistema altrimenti ideale.
Secondo un racconto del mito nordico, in una tarda versione apocrifa fortemente influenzata dal Cristianesimo, il malvagio Loki si unisce come tredicesimo convitato a un banchetto divino, e a causa delle sue macchinazioni ha luogo la morte del luminoso dio Balder.
Il 13 ricorre nel calendario delle antiche società matriarcali, basato su un ciclo lunare in 13 mesi di 28 giorni, in contrapposizione all’anno solare della successiva e dominante civiltà maschile. I filosofi greci definivano il 13 un “numero imperfetto,” mentre persino nella tradizione Induista un raduno di 13 persone nello stesso luogo era considerato di cattivo auspicio.
L’usanza di escludere tale cifra dall’uso quotidiano, specialmente diffusa in America, sembra risalire sino al XVII secolo, ignorando il 13 nella numerazione delle stanze d’albergo, dei piani di certi moderni palazzi, dei tavoli nei locali pubblici e in ogni altro utilizzo comune… Esempi che potrebbero proseguire fino all’ossessione, trasformandosi in una vera e propria fobia patologica come la triscaidecafobia, ovvero la paura del numero 13.
Altrettanto antica la fama del dì solitamente indicato come il meno propizio della settimana, celebrato pure in un proverbio che lo indica come il più inadatto, insieme al martedì, per sposarsi, partire, o “dar principio all’arte”.
Se già si è accennato alla Crocifissione, nella tradizione biblica il venerdì è anche il giorno della tentazione di Adamo ed Eva, dell’inizio del Diluvio Universale e della distruzione del Tempio di Salomone. Nella Roma pagana il sesto settimanale rappresentava il giorno delle esecuzioni, come più tardi in Inghilterra per l’impiccagione dei condannati. Nel Nord Europa, il venerdì è il giorno dedicato alla dea Freya (friday in inglese, freitag in tedesco), che se può coincidere nel dies Veneris con la figura di Venere, possiede rispetto alla divinità greco-romana l’ulteriore caratteristica di essere protettrice delle arti magiche e, per estensione, del culto delle streghe.
Ulteriore spinta alla contemporanea diffusione di leggende e pregiudizi sulla sventura di questa particolare giornata, tanto da renderla leggenda comune a tutto il mondo, si deve in buona misura al ciclo cinematografico di Venerdì 13, inaugurato dal primo Friday the 13th di Sean S. Cunningham nel 1980, film che ha consacrato la sinistra maschera di Jason Voorhees ad autentica icona del genere horror.
Sicuri dunque di non credere assolutamente in certe cose? Per concludere con una frase del filosofo inglese Francesco Bacone: “c’è una forma di superstizione nell’evitare ogni superstizione”.


(Articolo pubblicato su HorrorMagazine il 13 maggio 2005)

martedì 22 aprile 2008

Cento anni di Donald Wandrei


Quasi inosservato rispetto agli anniversari da poco trascorsi di assai più celebrati colleghi, lo scorso 20 aprile cadeva il centenario di Donald Wandrei, nato a St. Paul, in Minnesota, nel 1908 e scomparso nel 1987.

Poeta, autore di racconti fantastici e horror, di fantascienza e thriller, Donald Albert Wandrei, questo il nome completo, fu dal 1924 giovanissimo corrispondente di Clark Ashton Smith, e di Howard Phillips Lovecraft da un paio d’anni più tardi, stabilendo duraturi rapporti con l’intero gruppo dei fantasisti di Weird Tales del quale da lì a breve sarebbe entrato a far parte, pubblicando la sua prima storia, Il Cervello Rosso (The Red Brain), sulla stessa rivista nell’ottobre del 1927 per contribuire in seguito alle più diverse testate nazionali, dal pulp di genere su Astounding o Black Mask alle più prestigiose pretese letterarie di Esquire. Una carriera virtualmente interrotta dalla chiamata alle armi, nel 1942.

Fratello maggiore di Howard Wandrei, scrittore anch’egli benché forse più noto per le sue rare e suggestive illustrazioni, Donald fu tra i primi ad applicare il lovecraftiano punto di vista “cosmico” e non antropocentrico alla propria narrativa fantascientifica e weird, culminata nell’unico romanzo Dead Titans, Waken! scritto nel 1932 ma riveduto e pubblicato soltanto sedici anni più tardi come I giganti di pietra (The Web of Easter Island, 1948).

Ben poco, tanto per cambiare, è stato tradotto in Italia. I giganti di pietra uscì già nel 1956 per I Romazi di Urania, quindi ancora in Urania nel 1965 e nella relativa collana di Classici nel 1978. Il resto è rappresentato da sei racconti appena, che si alternano in svariate antologie: Qualcosa dall'alto (Something from Above, 1930), Gli uomini-albero di M’Bwa (The Tree-Men of M’Bwa, 1932), La signora in grigio (The Lady in Gray, 1933), Colossus (1934), Il cratere (The Crater, 1967) e il citato Il Cervello Rosso, anche con titolazione “mimetizzata” in Polvere Cosmica.

Dopo la morte di Lovecraft, Wandrei si rese co-fondatore dell’Arkham House insieme ad August Derleth, contribuendo considerevolmente a diffondere il lascito letterario dell’amico di Providence e fortemente insistendo sull’importanza di pubblicarne il vasto epistolario; opera che seguirà sempre da vicino pur firmando la cura “ufficiale” dei soli tre primi volumi di Selected Letters. Alla dipartita di Derleth, nel 1971, cessò infine i rapporti con la casa editrice a causa di una disputa legale.

I primi libri di Donald Wandrei, Ecstasy and Other Poems (1928) e Dark Odyssey (1931), sono non a caso raccolte di poesie. Capace di passare dalla lirica passionale alle sfrenate fantasie del visionario e del macabro, i suoi versi di carattere fantastico iniziarono ad apparire in serie su Weird Tales dal 1927, singoli elementi dei magnifici Sonnets of the Midnight Hours in seguito completati e raccolti nel volume Poems for Midnight del 1964. Particolarmente apprezzati da H.P. Lovecraft che ne trarrà spunto adottando la forma del sonetto, per quanto irregolare, nel ciclo dei suoi Fungi From Yuggoth composti a partire dal 1929.

Proprio in occasione del centenario della nascita, presso la Hippocampus Press è in uscita Sanctity and Sin: The Collected Poetry and Prose-Poems of Donald Wandrei, una brossura che dell’autore dovrebbe raccogliere la produzione poetica al completo, illustrata dal fratello Howard.

Qui a seguito, in mancanza di altri riferimenti in italiano, un esempio dai versi di Wandrei, del tutto personale nella versione e nella scelta.



Fantastic Sculpture di Donald Wandrei, sonetto XXIII da Sonnets of the Midnight Hours, in Poems for Midnight (Arkham House, 1964). Traduzione di Andrea Bonazzi.