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venerdì 24 aprile 2009

Hypnos #5: Hanns Heinz Ewers e Sax Rohmer


Quinto numero e sempre alti standard per Hypnos. Rivista di Letteratura e Fantastico, giunta al terzo anno di attività attraverso un’approfondita rassegna saggistica e narrativa che vede il recupero, o la riscoperta, di alcuni fra i nomi meno frequentati e ingiustamente trascurati nell’ambito – alquanto ristretto – di tal genere di letteratura in Italia. Autori fantastici dal contemporaneo Thomas Ligotti ai “classici dimenticati” Walter De La Mare e Fitz-James O’Brien, passando per Henry H. Whitehead e Jean Ray, il più recente Robert Aickman, l’Alfred Kubin scrittore o anche i weird tales valdarnesi del nostro Giovanni Magherini-Graziani.

Nella sua uscita di primavera 2009, la pubblicazione curata come sempre da Andrea Giusto si apre con un racconto “italiano” di Hanns Heinz Ewers, “Il ghigno (C.3.3., 1903), apparso ne I cuori dei re e altri racconti (La Conchiglia, 2005) senza indicazioni circa la traduzione e, in precedenza, ne Il ragno e altri racconti del terrore (Del Bosco, 1972) per la versione a firma di Marie Odazio. Nella Capri frequentata dall’autore ai primi del Novecento, la storia si sviluppa sull’incontro fra Ewers e un ormai esule ed esausto Oscar Wilde perseguitato da una sinistra, grottesca e immane presenza.

Un lungo e dettagliato saggio di Pietro Guarriello, forse al momento il più esauriente a disposizione nella nostra lingua, segue a illuminare l’opera e la figura controversa, oggi qui poco nota, dello scrittore tedesco scomparso nel 1943.

Al britannico Sax Rohmer, nome d’arte di Arthur Henry Sarsfield Ward, è invece dedicato l’articolo di Andrea Morandi a introduzione de Il signore degli sciacalli (Lord of the Jackals, 1917), un racconto inedito, sinora, per l’Italia, ottimamente tradotto dallo stesso Morandi. Vicenda essenzialmente esotica che volge al fantastico tra le sabbie del deserto egiziano, si tratta dell’unico titolo pubblicato su Weird Tales nel settembre del 1927 per il creatore del celeberrimo Dr. Fu Manchu, autore di storie soprannaturali oltre che mystery.

Ancora un breve intervento saggistico si occupa questa volta dei Current 93, lo storico gruppo musicale di David Tibet del quale Cesare Buttaboni ci espone tematiche e interessi nel solco della tradizione gotica anglosassone, espressi in studio di registrazione come nel campo editoriale.

Ultima citazione riservata a I dottori della peste, racconto che segna il ritorno di Ivo Torello alla narrativa stampata dopo un troppo lungo periodo di silenzio. Un’alienazione, sorta di percezione allucinatoria in apparenza, contagia l’osservatore rendendosi in ultimo “rivelazione” in un weird horror essenziale e diretto, di rara efficacia per un genere di storia che troppo spesso finisce, in Italia, col ricalcare altrimenti scontati manierismi da bestseller.

Illustrazioni di Davide Bonadonna, Ivo Torello e Alfred Kubin. Hypnos #5 e i suoi numeri arretrati – in via di esaurimento le prime uscite – si possono acquistare via web attraverso il sito delosstore.it. Per informazioni, contatti e proposte di collaborazione con la rivista, l’email è hypnosmagazine@gmail.com.

Hypnos. Rivista di Letteratura e Fantastico
anno III, numero 5, primavera 2009
fascicolo, 44 pagine, Euro 3,00 ( + spese postali )

Contenuti:

I mostri all’angolo della strada, editoriale di Andrea Giusto
Il ghigno, racconto di Hanns Heinz Ewers
Hanns Heinz Ewers. Il mago del terrore, di Pietro Guarriello
Current 93. Gli ultimi eredi del gotico inglese, di Cesare Buttaboni
I dottori della peste, racconto di Ivo Torello
Sax Rohmer. Dalle sponde del Nilo alla nebbia di Londra, di Andrea Morandi
Il signore degli sciacalli, racconto di Sax Rohmer


sabato 11 aprile 2009

La città della terribile notte


James Thomson (Port Glasgow 1834 - Londra 1882) inizia a diciassette anni la sua atti­vità di poeta e di collaboratore di riviste letterarie, con traduzioni, saggi, prose e poesie sotto la spinta delle letture di Shelley. Nel 1862 si trasferisce a Londra e trova impiego in un ufficio. Traduce Heine. Perennemente assillato dai debi­ti, in preda a frequenti attacchi depres­sivi, alcolizzato, nel lavoro è incostante e viene giudicato “inaffidabile.” Si dedica allo studio dell’italiano e del francese, col desiderio di tradurre Leopardi e Dante, Rabelais e Flaubert. Dopo il fallimento della ditta, trova lavoro come correttore di bozze e poi come segretario per una compagnia mineraria con minie­re in Colorado. Intanto la salute peggio­ra, lo stato psichico anche. Muore nel 1882 per emorragia cerebrale.

Costruendo, attraverso citazioni e ri­mandi a Baudelaire e Poe, l’immagine visionaria e misteriosa di una città di «edificata desolazione» e di tenebra, do­ve «Fede, Amore e Speranza» sono mor­te, Thomson apre la strada alla speri­mentazione della poesia del Novecento e alla Terra desolata di T.S. Eliot. La città della terribile notte (1874), polisemico spazio di un viaggio iniziatico sen­za approdo e presagio del destino di una metropoli moderna, si disegna co­me un deserto, una necropoli stermina­ta, un vasto teatro d’ombre in cui si ag­girano figure insonni e allucinate, scor­re il «fiume dei suicidi» e regna «regina e patrona» la Melanconia.

Pure a considerevole distanza temporale dall’uscita, nel 2000 presso l’editore Panozzo di Rimini, è ancora il caso di spendere più che qualche riga a proposito de La città della terribile notte di James Thomson, tanto più che il volumetto, tuttora in catalogo, resta l’unica traduzione italiana disponibile del cupo e visionario poema tardo vittoriano, qui proposto nella puntuale e attenta versione di Liliana Losi e Mili Romano con il testo originale a fonte. Un classico per la lingua inglese ma, complici forse le tematiche inadatte al devoto gusto naturalistico italiano, qui da noi al solito ignorato.

Composto fra il 1869 e il 1873, apparso sulle pagine del National Reformer celandosi dietro alla firma di Bysshe Vanolis il secondo nome del poeta Shelley unito all’anagramma di Novalis – e pubblicato in volume, infine, solo nel 1880, The City of Dreadful Night è un lungo, disperato poema ateo e pessimista. La città stessa è l’immagine di una Londra fantastica e trasfigurata; una vasta e maestosa rovina, desolata e notturna, popolata d’ombre né morte né davvero vive, prive di scopo e di speranze. Un luogo della mente, e insieme un’estrema, nerissima visione dell’esistenza urbana, attraversata in una serie di quadri frammentari, distopici, ferocemente critici dei valori del suo tempo. Una sorta di pellegrinaggio infernale, verso il sollievo dell’oblio in antitesi al mito cristiano della redenzione.

L’omaggio dantesco è palese, ponendo già in epigrafe il verso “Per me si va nella città dolente” a precedere una più estesa citazione dai Canti e le Operette morali dell’altrettanto ammirato Giacomo Leopardi (benché non indicato, si tratta dei versi 93-98 da “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia,” e i primi sei versi più la conclusione dal “Coro di morti nello studio di Federico Ruisch”).

Alcoolismo e soprattutto depressione segnano chiaramente la vita e l’opera del solitario, insonne James “B.V.” Thomson – le iniziali dello pseudonimo aggiunte, di solito, per distinguerlo dall’omonimo poeta settecentesco, scozzese anch’egli. Ed è la “melanconia” letteralmente a presidiare La città della terribile notte sovrastandola, figura titanica e scultorea, incontrata alla chiusura del percorso, le cui fattezze sono una descrizione esatta della Melancolia I (1514) nella celebre incisione di Albrecht Dürer.

Qui di seguito il canto XVII de La città della terribile notte, sia in inglese che per come tradotto da Liliana Losi e Mili Romano nel volume. Un assaggio della poesia di Thomson, in questo caso intrisa di un “cosmicismo” che quasi sembra anticipare, almeno in tono, certa poesia fantastica americana dei primi anni del secolo seguente – quella di Sterling e C.A. Smith, per fare nomi.


Completano il volumetto una introduzione di Mili Romano, necessaria per inquadrare nel proprio contesto un autore così poco noto in Italia, e la finale cronologia bio-blibliografica. Vale la pena di procurarsi quest’unico approccio italiano a quel che è senz’altro il maggiore horror poem dell’Ottocento inglese, affrontando l’attesa di un ordine librario, via web o diretto presso il sito di Panozzo Editore. The City of Dreadful Night è tuttavia facilmente reperibile, in lingua originale e in rete, come file di testo a partire da risorse quali il Project Gutemberg, fino alla possibilità di leggere o scaricare l’intero libro di James Thomson nella sua prima edizione londinese (Reeves and Turner, 1880) come scansione grafica dall’Internet Archive.

La città della terribile notte
James Thomson
collana Episodi, Panozzo Editore, 2000
brossura, 152 pagine, Euro 9,50
ISBN 88-86397-57-7

giovedì 12 marzo 2009

The Dark Screen. Il mito di Dracula sul grande e piccolo schermo


Nessun personaggio, reale o di fantasia, ha conosciuto più trasposizioni sullo schermo – cinematografico o televisivo – del Conte Dracula. La creatura di Bram Stoker precede di gran lunga, in tale primato, Sherlock Holmes (insediato saldamente al secondo posto). Quali i motivi di un successo così clamoroso e longevo? Come si è evoluta la figura del Principe delle Tenebre dagli albori del cinema all’era degli effetti speciali? Qual è il filrouge che lega cineasti e interpreti tanto diversi tra loro, sconfinando nel musical, nel porno, nella pubblicità? The Dark Screen non è, attenzione, uno dei soliti libri di cinema, ricchi di foto e illustrazioni cucite insieme con un commento più o meno originale e corredate da un elenco di “schede” che oggi ogni fan può autonomamente (e gratuitamente) scaricarsi da Internet. Qui, il mito è analizzato nelle sue radici più remote e passato in rassegna in maniera completa e rigorosa, con competenza profonda e amore sviscerato, componendo un quadro di insieme probabilmente unico nell’ambito della saggistica su Dracula. Un’opera che affascina come un romanzo e che, nel contempo, fornisce allo studioso e al semplice appassionato una “summa” destinata a uscire dai confini nazionali e a proporsi come vera e propria pietra miliare nella lunga e variegata produzione letteraria dedicata al Signore dei Vampiri.”

Fin qui la nota editoriale sul risvolto di copertina del volume, conclusa certo in ottica promozionale assai più che illustrativa rispetto ai contenuti. Pure, questo corposo saggio firmato da Franco Pezzini e Angelica Tintori per la Gargoyle Books si rivela in effetti un vero monumento monografico, il più esteso e completo dedicato alla particolare figura del vampiro Dracula, mostro e seduttore a un tempo, attraverso il cinema, la televisione e lo spettacolo.

In oltre settecento pagine, The Dark Screen. Il mito di Dracula sul grande e piccolo schermo si concede tutto lo spazio e il tempo necessari per esaminare a fondo il personaggio, e il suo mutarsi in icona popolare, partendo dalle radici letterarie nel romanzo di Bram Stoker, pubblicato nel 1897, a percorrerne la rappresentazione – fra adattamento, citazione, parodia e reinvenzione – dal palcoscenico alla celluloide sino agli schermi TV, secondo le istanze e la lettura simbolica dei propri tempi in oltre un secolo d’inestinta, anzi intensamente attiva “non-morte”.

Una visione critica felicemente integrata da un vivace approccio descrittivo, fra sinossi e riassunto visuale nei dettagli, passo a passo rievocando i tratti salienti di opere non sempre o necessariamente note, né altrimenti accessibili a chi legge, appassionato o meno di tal genere.

Il libro, aperto da un’introduzione del critico cinematografico Alberto Farina, correda i propri diciotto capitoli con un buon apparato di note e con l’indispensabile quanto dettagliato indice dei titoli citati, a precedere la bibliografia conclusiva. Sedici tavole commentate e illustrate fuori testo raccolgono invece una consistente iconografia tra foto di scena e inquadrature, a colori e in un bianco e nero anticato in toni ambrati.

Di Franco Pezzini, nome noto e ricorrente fra i più seri studi critici sul fantastico nella letteratura e nel cinema, sono da ricordare i precedenti altri saggi “vampirici” Cercando Carmilla. La leggenda della donna vampira (Ananke, 2000) e, scritto con Arianna Conti, Le vampire. Crimini e misfatti delle succhiasangue da Carmilla a Van Helsing (Castelvecchi, 2005). Di Angelica Tintori sono Michael Crichton – Medici, dinosauri & Co. (PuntoZero, 2000) e Star Trek: uno specchio dell’America (Delos Books, 2004).

The Dark Screen
Il mito di Dracula sul grande e piccolo schermo

Franco Pezzini e Angelica Tintori
Gargoyle Books, 2008
Rilegato, 16 tav. illustrate fuori testo, 702 pagine, Euro 19,00
ISBN 978-88-89541-28-9

lunedì 19 gennaio 2009

Hypnos #4: Robert Aickman e Henry S. Whitehead


Sommersa dalle tendenze più commerciali della narrativa fantastica d’intrattenimento, e priva al momento di una testata editoriale che più diffusamente torni a farsene portavoce, la letteratura weird continua a lasciarsi ignorare in Italia. Ma se le proposte in tal genere restano rarità, spesso affidate al fandom in limitatissime edizioni, le poche in regolare uscita riescono a presentare e mantenere contenuti di tutto rispetto, se non invidiabili in confronto agli standard dell’attuale editoria professionale italiana.

Una di queste preziose realtà è rappresentata da Hypnos, rivista di letteratura e fantastico, una pubblicazione senza fini di lucro che dal 2007 propone, a cura di Andrea Giusto, inediti narrativi di autori fantastici e weird horror, scrittori in tale ambito fra i più classici, eppure del tutto trascurati o ancora scarsamente noti nel nostro paese. Il tutto accompagnato dagli ottimi interventi critici e bio-bibliografici a puntuale supporto di accurate traduzioni.

Nella sua quarta uscita di Autunno 2008, Hypnos aumenta il proprio numero di pagine per ospitare tre racconti dell’inglese Robert Aickman, scomparso nel 1981, autore di “strane storie,” come amava definirle: racconti fra la ghost story e il weird più surreale, sofisticati nello stile a costruzione di rarefatte, indefinite atmosfere che espressamente mirano all’inconscio. Inquietudini svelate nei vuoti “fra le righe,” spesso, lasciando smarrire in esse la razionalità del lettore.

Di Aickman viene riproposto I ciceroni (The Cicerones, 1967) nella versione, qui revisionata, di Paolo Busnelli apparsa su Psyco n. 1 (Armenia, 1978), cui fanno seguito Sala d’attesa (The Waiting Room, 1956) e Non più forte di un fiore (No Stronger Than a Flower, 1966), entrambi nella traduzione di Francesco Lato, con il breve saggio Robert Aickman. “Weird New World” che chiude la sezione a firma di Andrea Giusto.

Apparso a suo tempo su Weird Tales, Erba vaniglia (Sweet Grass, 1929) è il racconto che Lato traduce da Henry S. Whitehead. Uno scrittore che rischia d’essere ricordato in Italia solamente per i suoi rapporti con Lovecraft, mentre una riscoperta e diffusione ulteriore meriterebbero le sue magnifiche storie soprannaturali di tradizione caraibica, efficaci e realistiche nel ritratto d’ambiente grazie all’esperienza di vita come diacono della Chiesa Episcopale nelle Isole Vergini. L’inedito è preceduto da un intervento di Giuseppe Lippi, appositamente riveduto sulla base della sua introduzione a Zombies. Storie indicibili (Mondadori, 1992), unica raccolta di Whitehead in italiano.

Le illustrazioni interne si affidano ai disegni di Alfred Kubin, Mynona, Denton Welch e Davide Bonadonna, che pure anima la copertina del fascicolo ispirandosi al testo di Aickman in No Stronger Than a Flower.

Hypnos #4 e il suo precedente numero (esauriti gli arretrati per le due prime uscite) si possono acquistare via web attraverso il sito delosstore.it. Per informazioni e contatti con la rivista: hypnosmagazine@gmail.com.

Hypnos. Rivista di Letteratura e Fantastico
anno II, numero 4, autunno 2008
fascicolo, 48 pagine, Euro 3,00 ( + spese postali )

Contenuti:

Le porte della percezione, editoriale di Andrea Giusto
I ciceroni, racconto di Robert Aickman
Sala d’attesa, racconto di Robert Aickman
Non più forte di un fiore, racconto di Robert Aickman
Robert Aickman. Weird New World, di Andrea Giusto
Henry S. Whitehead, di Giuseppe Lippi
Erba vaniglia, racconto di Henry S. Whitehead
Sogni in vendita, libri, fumetti, riviste nei labirinti del fantastico


lunedì 29 dicembre 2008

L’avventura londinese o l’arte del vagabondaggio


“«L’avventura londinese o l’arte del vagabondaggio» ci propone una disciplina inconsueta, che utilizzando il «wandering» come vettore direzionale esplora la grande città alla ricerca delle antiche radici, affidandosi esclusivamente alle possibili confluenze dei tanti itinerari che incidono profondamente il tessuto metropolitano londinese. E così, se in senso spaziale Arthur Machen ci conduce lungo percorsi che si snodano attraverso luoghi periferici o apparentemente secondari o legati a vicende e personaggi della letteratura, in senso temporale il wandering scavalca il suo presente per spingersi tra ricordi e divagazioni, facendo convergere i diversi piani narrativi in lunghe digressioni che coinvolgono varie discipline: dall’architettura alla teologia, dalla critica letteraria alla storia ecclesiastica. E d’altra parte le digressioni che animano questo magistrale lavoro su Londra rappresentano anche il mezzo con il quale Machen può illustrare quella convinzione secondo la quale il mondo non è come sembra, e che dietro gli eventi quotidiani e gli oggetti comuni vi sia un segreto che è la chiave del grande enigma dell’esistenza dell’uomo. Arthur Machen è l’artista del prodigioso, il creatore di qualcosa al di là della vita e al di fuori del tempo”.

Ultimo dei tre volumi autobiografici di Arthur Machen dopo Far Off Things (1922) e Things Near and Far (1923), inediti in Italia, The London Adventure or the Art of Wandering (1924) è forse della trilogia il più affascinante, quasi romanzesco, mischiando ancora racconti – talora parziali o reticenti – della propria vita e carriera letteraria personale a spunti saggistici, cronache e aneddoti, ma facendo qui del vagare, come del divagare, un’arte. L’arte del “vagabondaggio,” appunto, in una Londra tra Otto e Novecento i percorsi della quale sembrano intessersi in una qualche strana metafisica dello sviluppo urbano; cenni di un mondo “altro” celato appena sotto la superficie delle cose. L’arte della divagazione, infine, consueta nello scrittore gallese, come a deviare per ogni traversa amena o altra destinazione interessante lungo il tragitto che ci viene illustrato passeggiando.

Un percorso d’architetture più grandiose di quanto mai sia possibile porre per iscritto, almeno nella percezione dell’autore che ben altro libro dal titolo di The London Adventure da subito confessa avrebbe voluto scrivere, dandocene invece un quadro indiretto in questo suo volume. Un libro nel libro per chi, come a suo tempo scrisse in Far Off Things, fa sogni di fuoco e si trova a lavorare con l’argilla. “One dreams in fire and works in clay”.

Tradotto da Franco Basso, L’avventura londinese o l’arte del vagabondaggio ritorna in libreria per i tipi dell’editore milanese Tranchida dopo una prima pubblicazione nel 1986, allora con la doppia firma di Basso insieme a Stefano Giusti sia per la cura che per la traduzione. L’edizione seguente del 1998, la stessa riproposta due anni dopo e ora qui per la presente uscita, sostituisce la breve prefazione di entrambi i curatori con l’attuale postfazione di Franco Basso, in cui si parla di “questa nuova traduzione” benché il testo appaia senza variazioni.

Stessa versione, appunto, mantenendo un utile apparato di note esplicative ma pure conservando, mai corretta negli anni, qualche svista... sino all’ironia involontaria di scambiare uno stato d’animo per una carrozza.

C’è una parola inusuale che ricorre, intradotta, nel quarto capitolo. A pagina 93, dove si legge “Tornai a Reigate in un dwam, come dicono in Scozia, senza sapere se mi reggevo sulla testa o sui piedi” (nell’originale, I drove back to Reigate in a “dwam,” as the Scots say; really not knowing wheter I stood on my head or my heels), e a pag. 94: “Andai a casa in quel dwam chiedendomi cosa avrei dovuto fare e infine scrissi la storia proprio come era successa” (di nuovo fra virgolette, I went home in that “dwam” and wondered what on hearth I was to do, and at least wrote the whole, true story, just as it happened). Alla nota numero 44 viene affidato quindi il compito chiarificatorio della definizione; “Dwam: tipo di carrozza scoperta usata in Scozia”.

Non è la prima volta che Machen adopera questa parola scozzese nei suoi scritti, la si incontra per esempio nel racconto breve Dr. Duthoit’s Vision, del 1921. E di sicuro non appare sui più diffusi dizionari ma, testimone fra gli altri un interessante articolo dello Scots Language Centre, “dwam” descrive piuttosto uno stato di “sogno a occhi aperti,” di stupore o rapimento estatico. A suo modo un “trasporto,” in effetti, ma non certo fisico né a trazione equina.

Divagazioni a parte, irresistibili di fronte a un’opera capace di tesserne un intero arazzo senza mai perdere il filo o disperderne la trama, la ristampa de L’avventura londinese è un’ottima occasione di lettura – o rilettura – d'uno scrittore legato finora soltanto ai generi del fantastico, o al più all’estetica decadente e mistica fra i due scorsi secoli. Un interesse italiano che sembra finalmente rinnovarsi, confermandosi con questa terza uscita macheniana in solo anno dopo Gli Arcieri e altre leggende di guerra - Il Terrore (Miraviglia, 2008) e Il segreto del Graal (Liberamente, 2008), con una riedizione – o ristampa – de La collina dei sogni che si annuncia in prossimo arrivo ancora presso Liberamente Editore.

Di Franco Basso è anche la versione dei nove racconti di Arthur Machen raccolti in Oltre la soglia, un volumetto tascabile pubblicato da Tranchida nel 1993 ma tuttora disponibile.


“It is possible, just dimly possible, that the real pattern and scheme of life is not in the least apparent on the outward surface of things, which is the world of common sense, and rationalism, and reasoned deductions; but rather lurks, half hidden, only apparent in certain rare lights, and then only to the prepared eye; a secret pattern, an ornament which seems to have but little relation or none at all to the obvious scheme of the universe”.
(The London Adventure, I ed. Martin Seker, London 1924; Chapter I, pag. 21)


“È possibile, oscuramente possibile, che il vero schema e tracciato della vita non appaia nell’aspetto esteriore delle cose, che è il mondo del buon senso, del razionalismo, delle deduzioni ragionate, ma piuttosto affiori, seminascosto, visibile unicamente in certe rare illuminazioni e solo a un occhio preparato; un tracciato segreto, un ornamento che sembra soltanto avere una piccola relazione o nessuna del tutto con l’ovvio schema dell’universo”.
(L’avventura londinese, Capitolo I, pag. 21, traduzione di Franco Basso)


L’avventura londinese o l’arte del vagabondaggio
Arthur Machen
Collana Le voci, Giovanni Tranchida Editore, 2008
rilegato, 134 pagine, Euro 14,50
ISBN 9788880033226


martedì 9 dicembre 2008

Nero Natale


Il Natale, d’abitudine, è bianco: abbacinante è la coltre di neve che ricopre il paesaggio, un candore che dovrebbe rispecchiare la predisposizione dell’anima al bene. Eppure, chissà come mai, proprio nel giorno in cui dovremmo essere più buoni, il delitto trionfa, la rapina a mano armata furoreggia e le famiglie trovano motivo di lite selvaggia intorno a un panettone mal tagliato. Così «Nero Natale» metterà sotto il vostro albero nove racconti esemplari dal giallo al thriller, dalla commedia nera al grottesco macabro – in cui i doni saranno rappresentati da furti e omicidi, crimini efferati e strani misteri, che renderanno l’attesa ancora più ricca di suspense. Da Hawthorne ad Amelia Edwards, da Stevenson a Pascoli, da Frank L. Baum – autore del «Mago di Oz» – a Conan Doyle, da Saki ad Agatha Christie e Lovecraft: nove storie da brivido per smentire che a Natale si debba essere davvero buoni.

Natale “nero” per molti versi, a parte la generale atmosfera. Nero anche a proposito della presente antologia, che pur proponendo opere brevi in buona parte palesemente fantastiche e d’orrore, evita accuratamente di nominare i due “aborriti generi” sottolineando piuttosto i soli richiami al giallo e al thriller, appunto, o tuttalpiù al macabro, come a rassicurare il generico lettore – e l’auspicabile casuale acquirente natalizio – circa la dignità culturale dei contenuti: non sia mai che andiamo a mischiare Pascoli con l’horror!

Nero Natale. Nove racconti da brivido esce con evidente tempismo a proporsi come libro strenna, confermando un paio di tendenze editoriali squisitamente italiane: rendere i temi del brivido e del terrore come appannaggio di tutt’altre più o meno nobilitate tradizioni letterarie rispetto a quelle cui appartengono, e ristampare a oltranza solo i più sicuri fra i classici – tutti rigorosamente fuori copyright, non più recenti dei primi anni 20 – con minimo impegno ad aggiungere uno o due nuovi ingredienti per volta alla minestra, tanto per concedere qualcosa a chi del tutto a digiuno non sia di tal cucina.

Vari traduttori, tra i quali il curatore stesso Luca Scarlini che pure firma la lunga introduzione, si alternano nelle versioni dall’inglese, diverse delle quali provengono da edizioni italiane precedenti. Salvo il racconto per ragazzi di Baum, tuttavia ultimamente apparso su rivista e web, il solo altro titolo del tutto inedito e decisamente appetibile per gli appassionati è L'espresso delle 16.15, una ghost story vittoriana di Amelia Ann Blanford Edwards.

Curioso anche l’unico inserto italiano con la novella breve del Pascoli Il ceppo, omonima ma assai meno conosciuta della sua poesia in Myricae. Nessun altro guizzo di originalità per il resto, comprendente un ormai culturalmente “sdoganato” Lovecraft, e una rappresentanza del giallo più tradizionale con episodi in tema dello Sherlock Holmes di Conan Doyle e del Poirot della Christie.

Pure non sono mancate, nel passato, raccolte tematiche ben più corpose e consistenti per la narrativa breve “del brivido” in ambientazione natalizia, dalle sfumature in vena maggiormente noir e thriller di Delitti di Natale (Editori Riuniti, 1983), versione italiana del volume The Twelve Frights of Christmas a cura di Waugh, Greenberg e Asimov, fino alla selezione fantastica, fantascientifica e horror di Marzio Tosello per Un fantastico Natale. 31 Natali alieni (Mondadori, 1988).

A parte i due terzi di sostanziali ristampe, non aiutano troppo nemmeno i sedici Euro del prezzo per una brossura, per quanto a copertina cartonata, con meno di duecento pagine di testo. Ma le formalità del 25 dicembre incombono; come dicono i cannibali “le persone diventano più buone,” e un volumetto di classici con “Natale” nel titolo torna sempre bene per i regali dell’ultimissimo minuto.

I racconti:
Nathaniel Hawthorne, Il banchetto di Natale (The Christmas Banquet, 1854 [in realtà 1846])
Amelia B. Edwards, L’espresso delle 16.15 (The Four-Fifteen Express, 1867)
Robert Louis Stevenson, Markheim (1885)
Giovanni Pascoli, Il ceppo (1905)
Frank L. Baum, Il rapimento di Babbo Natale (A Kidnapped Santa Claus, 1904)
Arthur Conan Doyle, L’avventura del carbonchio azzurro (The Adventure of the Blue Carbuncle, 1887)
Saki, I lupi di Cernogratz (The Wolves of Cernogratz, 1919 [1913])
Agatha Christie, L’avventura del dolce di Natale (The Adventure of the Christmas Pudding, 1961 [1960])
Howard Phillips Lovecraft, La ricorrenza (The Festival, 1923)


Nero Natale. Nove racconti da brivido
aa.vv.
a cura di Luca Scarlini
collana Einaudi Tascabili. Biblioteca, Einaudi, 2008
brossura, copertina cartonata, XVI-196 pagine, Euro 16,00
ISBN 8806194992

venerdì 5 dicembre 2008

Piombo: i versi di George Bacovia


“4. Piombo (Plumb), di George Bacovia. Poemi da unarretrata città romena in cui la stagione è o autunno o inverno, il tempo del giorno è il crepuscolo, l’atmosfera densa di melanconia o d’ansia, i parchi e le vie sono deserti, stanze claustrofobiche si affacciano su mattatoi e cimiteri, e sempre c’è da seguire un funerale. Qualche titlolo: «Vespro autunnale,» «Vespro invernale,» «Vespro violetto,» «Nero,» «Grigio» e «Vespro antico».”

A firmare questa laconica descrizione è lo scrittore americano Thomas Ligotti, nell’elencare la raccolta dei versi di Bacovia fra i dieci classici della poesia macabra e orrifica di sempre secondo una propria “classifica” personale, Thomas Ligotti’s Ten Classics of Horror Poetry, appositamente compilata per il recentissimo omnibus tematico The Book of Lists: Horror (Harper, 2008). Un omaggio forse persino imbarazzante per certa “accademia” provenendo dal mondo della letteratura di genere; segno tuttavia di quanto l’opera del poeta simbolista romeno, immaginifica e cupa, risulti attuale e incisiva anche attraverso la propria diffusione in lingua inglese.

George Andone Vasiliu, tale il vero nome di George Bacovia, nasce nel 1881 a Bacău nell’est della Romania. Laureato in legge senza mai esercitare la professione di avvocato, vive come impiegato e talvolta insegnante di calligrafia e disegno, trascorrendo gran parte della propria esistenza a Bucarest sino alla morte nel 1957. Del 1916 il suo primo volume Piombo (Plumb), seguito da cinque altre raccolte: Scântei galbene [letteralmente, “Faville gialle”] nel 1926; Cu voi [“Con voi”] nel ‘30; Comedii în fond [“Commedie in fondo”] nel ‘36; Stanţe burgheze [“Stanze borghesi”] nel ‘46 e Poezii [“Poesie”] infine nel 1956.

Presto influenzato dai simbolisti francesi, nell’aura dei “poeti maledetti” da Poe a Baudelaire, Verlaine e Maurice Rollinat, i suoi versi brevi, concisi e frammentati tra sospensioni e stacchi, incidono paesaggi crepuscolari di desolazione; dipingono malinconie, solitudini e angosce sulle tavole cromatiche del nero e grigio, con rari tocchi di colore come a più tragico, netto contrappunto. Non filtra luminosità né calore in questa realtà funerea, erosa da un’entropia senza speranze, opprimente come una prospettiva di carceri piranesiane da cui nemmeno il pensiero della morte lascia evadere.

Qui da noi ancora scarsamente conosciuto, soltanto alcune fra le poesie di Bacovia erano sinora tradotte e diffuse in sparse antologie di romenistica, mentre un’edizione bilingue di Piombo era apparsa più di trent’anni fa come Plumb / Piombo, data alle stampe in Romania con versione italiana di Mariano Baffi (Minerva, Bucarest 1976) e ormai introvabile al di fuori delle biblioteche. Scarsa se non assente perfino su web ogni presenza e documentazione in proposito, nella nostra lingua, salvo rari interventi come quelli di Flavio Pettinari sulle proprie pagine, e Ian Delacroix per Il Cancello.

Novità dello scorso ottobre, per la prima volta in Italia un’antologia interamente dedicata a George Bacovia giunge finalmente dalla piccola editrice romana Fermenti.

Piombo. Versi / Plumb. Versuri è un volumetto di centoventi pagine che affianca i testi in lingua originale a quelli in italiano, con oltre un’ottantina di versi scelti dall’opera complessiva del poeta – non solamente, quindi, dal suo libro d’esordio, come il titolo avrebbe potuto suggerire. Pubblicata con il contributo della Fondazione Marino Piazzolla, la raccolta viene curata e tradotta dall’italianista romeno Geo Vasile che pure ne firma il saggio introduttivo.

“Questa parsimoniosa selezione dall’opera del più attuale tra gli interbellici romeni, cioè George Bacovia (1881-1957) si rivolge prima di tutto al lettore italofono, meno interessato dei dettagli storico-letterari, curioso piuttosto di capire il messaggio poetico e profetico di una sincopata ma longeva parabola moderna al cospetto della postmodernità, romena ed insieme europea. La selezione offerta dal sottoscritto non ebbe modo di evitare un certo soggettivismo del lettore, nonché del traduttore, anche se sempre attento al valore estetico del testo, alla sua forza di rappresentare pars pro toto il Bacovia delle tappe percorse a partire dal volume Piombo (1916) fino a Stanze borghesi (1946), ma anche il poeta della partitura unica, chiaroveggente, di grande impatto per la poesia romena tanto negli ultimi tre decenni del ventesimo secolo, che adesso, a 50 anni dalla sua morte”.

L’introduzione, di cui sopra si riportava l’incipit, prosegue rendendosi forse più sonoramente specialistica in tono di quanto un primissimo approccio italiano all’autore avrebbe richiesto, perlomeno presso il medio lettore “curioso” cui tendeva inizialmente a rivolgersi, affidando alla seguente cronologia bio-bibliografica ogni principale elemento informativo circa la vita e le attività del poeta.

Puntuali le traduzioni, nel rispetto del ritmo come finanche della rima; persino meticolose all’eccesso nel ricercare una corrispondenza di termini che, per quanto tecnicamente esatta, suona a volte meno felice di altre scelte possibili, nell’italiano, tradendo magari la lettera in favore del senso. Mancano poi precisi riferimenti a data e provenienza di ogni singolo titolo, ben che forse non indispensabili in contesto divulgativo, né viene segnalato il caso di proposta non integrale del componimento.

A seguito un esempio significativo dai versi di George Bacovia, quasi a visione di un ultimo, definitivo “confrontarsi col nulla.” Si tratta della parte I della poesia Sic transit, tratta dal volume sempre nella versione di Geo Vasile.


Attesa e necessaria iniziativa editoriale, l’uscita segna anche nel nostro paese, in endemico ritardo, il punto d’inizio per una diffusione più ampia e un migliore apprezzamento della poetica bacoviana. Certo di enorme interesse, per tematica, visione e approccio se non altro, pure nell’ambito letterario gotico e fantastico.

Piombo. Versi / Plumb. Versuri
George Bacovia
Collana Nuovi Fermenti/Letteratura internazionale, Fermenti Editrice, 2008
brossura, 120 pagine, Euro 10,00
ISBN 978-88-89934-55-5

lunedì 3 novembre 2008

The Cthulhu Mythos Encyclopedia, terza edizione


Già apparsa come The Encyclopedia Cthulhiana: A Guide to Lovecraftian Horror nelle due rispettive edizioni nel 1994 e ’98 presso l’americana Chaosium, stessa editrice del gioco di ruolo The Call of Cthulhu, l’enciclopedia che Daniel Harms dedica al complesso dei “miti” di derivazione lovecraftiana è tornata da qualche mese alla ribalta nella sua terza edizione per l’altrettanto piccola e specializzata Elder Signs Press, con il titolo di The Cthulhu Mythos Encyiclopedia impresso su una sgargiante e tentacolata copertina di Malcom McClinton.

Alquanto nota anche in Italia, nelle sue prime versioni almeno presso gli appassionati giocatori di role-playing, la compilazione enciclopedica raccoglie descrizioni in dettaglio, citazioni, dati e provenienze dei principali elementi che vanno a comporre il corpus dei cosiddetti “miti di Cthulhu”. Il tutto partendo, ovviamente, dalle storie originali del Maestro di Providence per arrivare alle schiere d’innumerevoli autori fra complici, seguaci ed emuli che nel corso degli anni ne hanno proseguito, ripreso, ampliato o reinventato i temi di orrore cosmico, spesso travisandone lo spirito originale, forse più spesso limitandosi a produrre mediocre – benché in genere divertente – narrativa di consumo. “Miti” più o meno arbitrariamente interpretati sin dalla prima cura editoriale Arkham House dell’opera di H.P. Lovecraft, fino all’ultimo grado di “sincretismo e sistemizzazione” operato in ambiente ludico, peraltro ben rappresentato nel volume, inteso a dare uno schema univoco, logico e funzionale a un complesso di creazioni fantastiche così variegato e già in origine piuttosto privo di coerenza.

Limite imposto in questa collezione di toponimi e personaggi, divinità e creature, pseudobilia e artefatti, è la loro ricorrenza in più di un contesto, e una vasta diffusione del medesimo. Con ciò escludendo, pur senza chiaramente dichiararlo, ogni contributo al di fuori della lingua inglese.

“Questa terza edizione costituisce una revisione dell’edizione seconda, a sua volta grandemente ampliata dalla prima”scrive Harms nel presentare l’attuale nuovo assetto dell’opera. – “Ho cercato di sfrondare la seconda edizione dalle voci particolari tratte da ununica fonte; questo tipo di materiale è spesso affascinante, ma raramente trova molta utilità per la consultazione. Come si è scoperto, però, molta gente ricercava tali voci dalla prima edizione, e qualcuno ne ha persino poi fatto uso nelle proprie storie. A prevenire future confusioni, nulla è stato rimosso dalla lista di voci incluse nella seconda edizione, sebbene diverse entrate individuali siano state rivedute e aggiornate. Soltanto due tipi di voci sono state aggiunte: materiale dalla prima edizione che si è rivelato utile o d’ispirazione per altri, e materiale incontrato in opere scritte da due autori diversi, oppure presenti in pubblicazioni maggiori di novelle incentrate sui Miti di Cthulhu”.

E prosegue: “L’estensione dell’enciclopedia non ha mai coperto tutta la narrativa disponibile dei Miti. Nel caso della presente edizione, mi sono concentrato principalmente sui volumi pubblicati, considerando come in futuro possano essere molto più disponibili di fanzines, pagine web, e altre fonti al più inaccessibili per i lettori a venire. […] Come per le scorse edizioni, è stata utilizzata un’ampia varietà di fonti: racconti, poesie, romanzi, film, opere dell’occulto e altro. Su richiesta del precedente editore, ai materiali per il gioco di ruolo «Il Richiamo di Cthulhu» non è stato concesso un livello di attenzione così alto come nelle passate versioni. Il libro non è mai stato pensato come una guida alla continuità di tale gioco, e i fruitori del gioco stesso dovrebbero comunque trovarsi contenti della sua copertura”.

La lunga introduzione di Dan Harms ripercorre la nascita e gli sviluppi del fenomeno, un’analisi che appare in qualche modo polemica verso l’odierna critica letteraria su Lovecraft, rivendicando fra le righe una maggior vicinanza dello scrittore all’evolversi dell’intera costruzione dei Cthulhu Mythos. Una prima versione del testo introduttivo è pure reperibile sul blog dell’autore, Papers Falling from an Attic Window, in una serie di sette frammenti postati nel gennaio di quest’anno.

Chiude il volume una cronologia del Necronomicon ampliata a ogni possibile contributo narrativo, dal film La casa 2 di Sam Raimi agli ultimi racconti di Lin Carter, seguita da un’altrettanto allargata lista delle locazioni in cui il proibito tomo appare o viene custodito, con una terza e ultima appendice dedicata a elencarne invece i contenuti. Ridotta al minino la bibliografia che, pur nella misura delle ventidue pagine, si limita per questione di spazio ai titoli essenziali e in edizione più recente.

Di Daniel Harms è da ricordare anche The Necronomicon Files: The Truth Behind The Legend scritto insieme a John Wisdom Gonce III: un approfondito saggio su realtà e mito dello pseudobiblium lovecraftiano per eccellenza, pubblicato in due edizioni presso Night Shade nel 1998 e Weiser Books nel 2003.

The Cthulhu Mythos Encyclopedia
A Guide to H.P. Lovecraft’s Universe.Updated and Expanded Third Edition

Daniel Harms
Elder Signs Press, 2008
brossura, 386 pagine, US $ 17,95
ISBN 978-1-934501-05-4

lunedì 20 ottobre 2008

“Ilcorsaronero” Rivista salgariana di letteratura popolare


Le testimonianze che vibrano d’intensità, le ricerche d’archivio che hanno come costan­te la pertinenza salgariana, le visite in pun­ta di penna ai luoghi che videro fortune e tormenti dell’autore veronese, le interviste ai grandi autori dell’avventura contempo­ranea, la sezione speciale contenuta nel “La­boratorio” che puntualmente focalizza quei temi che fanno parte dell’arcipelago della letteratura popolare, le argute divagazioni giocate fra l’intimità del ricordo e la com­ponente letteraria, i meticolosi recuperi narrativi: Ilcorsaronero torna a veleggiare sugli oceani con un altro corposo numero che coincide con il terzo compleanno.

Questo l’incipit dell’editoriale nella terza pagina de Ilcorsaronero, Rivista salgariana di letteratura popolare diretta da Massimo Tassi, realizzata in collaborazione con la Biblioteca Civica di Verona e insieme al “Gruppo letterario di attività salgariane” di Yorick Fantasy Magazine, nella sua ottava uscita del settembre 2008.

Ma non c’è soltanto Emilio Salgari, a prender vita tra le sessantaquattro pagine di saggistica e narrativa de Ilcorsaronero. La letteratura popolare, i generi, i modi del fantastico sempre presenti ancorché spesso negati, a posteriori almeno in certi periodi della storia letteraria nazionale, sono tutti elementi di primo piano proposti nel corso del primo triennio di attività del periodico.

Troviamo così, in quest’ultimo numero, la fantascienza italiana scorsa fin dalle origini attraverso la visione “provocatoria” di Enrico Rulli; le sue derive cyberpunk in uno scritto di Irene Incarico oltre che nell’intervista a Giovanni De Matteo; quella propria di Salgari in un articolo di Roberto Palombo e il cinema fantascientifico della “metamorfosi” secondo Andrea Alesci. Ancora, fra i vari interventi di Luigi de Liguori, Francesco Servettaz, Darwin Pastorin e Felice Pozzo, troviamo Luca Crovi a intervistare Valerio Massimo Manfredi, mentre Riccardo Cepach scova riferimenti salgariani tra l’epistolario di Umberto Saba, per concludere con un racconto breve di Piccolo Flocco recuperato da un supplemento al Corriere della Sera del 1935. Alcune illustrazioni di Alberto Della Valle da Il tesoro della Montagna Azzurra (Bemporad, 1907) figurano fra la principale iconografia del fascicolo, tratta ogni volta da una particolare edizione salgariana.

Fra le recenti attività promosse dalla testata c’è l’istituzione del Premio Ilcorsaronero assegnato il mese scorso a Verona, nella sua prima edizione, allo svedese Björn Larsson autore di romanzi quali La vera storia del pirata Long John Silver. E nel 2007, sempre insieme alla Biblioteca Civica veronese, la pubblicazione in volume dei brevi articoli divulgativi scritti tra il 1893 e il 1898 da Emilio Salgari per il settimanale L’innocenza, “giornale illustrato per i bambini”. La raccolta è curata da Roberto Fioraso, con una presentazione di Agostino Contò e un saggio di Silvia Blezza Picherle, riccamente illustrata nelle sue 144 pagine fra le numerose stampe d’epoca e diverse tavole originali di Tiziano Gianesini.

Diffusa su abbonamento, la rivista uscirà con due numeri a prezzo invariato anche per l’anno prossimo. Abbonarsi per il 2009 (anno solare) a Ilcorsaronero ha un costo di 10 Euro (sostenitore: 20 Euro): l’importo può essere inviato tramite versamento sul conto corrente postale n. 10586428 intestato al direttore Massimo Tassi, Via Col di Lana n. 24, 42100 Reggio Emilia. Specificare nella causale: Ilcorsaronero – 2009. L’ufficio postale rilascerà direttamente ricevuta dell’avvenuto versamento. La cifra di cui sopra è da intendersi quale contributo alle spese tipografiche e di spedizione. Per informazioni e richieste: yorickfantasy@yahoo.com.

Contenuti de Ilcorsaronero n. 8:

Editoriale
Testimonianze – La riconquista… dei sogni di Luigi de Liguori
Archivio – «Salgari. Verne pochissimo» Note di libreria dall’epistolario di Umberto Saba con Aldo Fortuna di Riccardo Cepach
Laboratorio – Salgari per terre e per mari genovesi di Francesco Servettaz
Laboratorio – I Diecimila: l’armata perduta. Intervista con Valerio Massimo Manfredi di Luca Crovi
Laboratorio – La fantascienza di Emilio Salgari di Roberto Palumbo
Laboratorio – Tenacia e dedizione: dai pirati del mare ai pirati del cyberspazio. Intervista con Giovanni De Matteo di Irene Incarico
Laboratorio – Rivolta contro la fantascienza. Dalle origini ai giorni nostri: una visione provocatoria della fantascienza italiana di Enrico Rulli
Studi – Il cielo sopra il porto. La regolare irregolarità del cyberpunk italiano di Irene Incarico
Nugae – Vladimiro Caminiti cronista salgariano di Darwin Pastorin
Profili – Profili bio-bibliografici degli autori
Notizie – Cavalcando l’avventura a cura di Gino Tedeschi, Giuseppe Cantarosa e Bartolo Tondini
Il Racconto – Sandokan, Yanez, Tremal-Naik & C. di Piccolo Flocco
Segnalazioni – Segnalazioni bibliografiche 2007-2008


martedì 30 settembre 2008

The Mist, finalmente la nebbia


Meglio tardi che mai, o piuttosto meglio tardi al cinema che direttamente e ancor dopo sugli scaffali del mercato home video. Finalmente in Italia, dal 10 ottobre nelle sale, uno dei pochissimi veri e validi film weird horror degli ultimi anni. Horror autentico, per quanto lontano dai sanguigni stereotipi d’effetto e sensazione del cinema adolescenziale di genere, e ancor più remoto dai blockbusters formato famiglia tipo Guerra dei mondi e Indipendence Day cui la nostra distribuzione fa appello a pur lecito scopo promozionale. Pienamente weird, infine, come di rado si ha modo di vedere sullo schermo, veicolando momenti di “orrore cosmico” che giustificano l’esistenza stessa del termine “lovecraftiano,” quell’equilibrio perduto tra spiazzante terrore e senso del meraviglioso di fronte al rivelarsi della reale, precaria posizione umana nel più ampio schema delle cose.

Non ha molto senso tornare a fare recensioni a un anno di distanza dalle molte già apparse anche in italiano in rete, e in questo senso si rimanda con ampia condivisione a quanto allora scritto da Elvezio Sciallis su CinemaHorror.it.

Il film è notoriamente tratto da La nebbia (The Mist, 1985), uno dei racconti di Stephen King più prossimo alla fantascienza horror di H.P. Lovecraft per soggetto e visione di fondo, anche se non nella consueta centralità e psicologia dei personaggi così tipica dell’autore di Bangor quanto assente dalle scelte stilistiche del Gentiluomo di Providence. Pure, nella trasposizione cinematografica di Frank Darabont si avverte più efficace sostanza che non nel racconto stesso, per quanto seguito fedelmente sin nei dialoghi. Veterano nell’adattare King sul grande schermo, il regista è puntuale nel mantenerne ogni punto saliente quanto discreto nel porre in miglior equilibrio il tutto. Del tutto personale è il finale rispetto a quello in sospeso dell’originale kinghiano: una doppia, nerissima conclusione che deve aver mandato di traverso il popcorn al pubblico medio americano, così contribuendo allo scarso successo commerciale in patria.

L’irruzione massiccia di un mondo “altro” nella quotidiana realtà; il microcosmo umano sotto il duplice assedio delle proprie paure e di un’indefinita minaccia esterna; sequenze memorabili musicalmente scandite nel canto estraniante di The Host of Seraphim dei Dead Can Dance, sino all’immagine culminante a fiato sospeso tra sense of wonder e awe, abusando di termini cari al fantastico anglosassone: meraviglia e paralizzante timor reverenziale di fronte all’immane che, pur sovrastandoci, ci ignora.

Non bastassero questi elementi a catalizzare l’attenzione degli appassionati, non manca una delle più efficaci gallerie di mostri della filmografia recente. Creature d’ogni aspetto, ben che forse non sempre imprevedibili: alienità mostrate talora nel dettaglio in tutta l’orribile familiarità di ricombinate forme, orride in quanto riconoscibili ma devianti in una perversione del noto; mostruosità appena intraviste e, ancora, immensi leviatani taglia King-size (perdonando il pessimo spirito sul nome dello scrittore).
Proprio le creature di The Mist sono frutto di un’opera di concep-art affidata alle matite del sempre straordinario Bernie Wrightson, sessantenne veterano dell’illustrazione e del fumetto horror, creatore fra l’altro di Swamp Thing, la “Cosa della palude” per DC Comics. Sempre a suo agio nell’umorismo nero come nella resa visuale del terribile, Wrightson ha firmato la lunga serie di schizzi e disegni preparatori che hanno fornito definizione e vita alle creature digitali del film. Uno spettacolare album da disegno in cui si alternano tratti veloci, annotazioni e rese incisive sino al particolare. Un portfolio in buona parte condiviso, da qualche tempo e in riproduzioni di buon formato, nella sezione Film Concept Art sul sito ufficiale dell’artista, wrightsonart.com.

In sostanza, per kinghiani e lovecraftiani, sostenitori che siano di un horror più o meno antropocentrico, psicologico o weird, l’uscita italiana di The Mist – La nebbia rappresenta un buon momento per riconciliarsi con certo cinema di genere.



martedì 16 settembre 2008

The Nightmare Factory: Volume 2


Qualcosa si sta lentamente muovendo, persino in Italia dove la sua prima raccolta Songs of a Dead Dreamer ha trovato traduzione presso Elara Libri. Thomas Ligotti non è più un segreto così ben custodito come si diceva un anno fa in occasione dell’uscita di The Nightmare Factory, il primo volume a fumetti tratto dalla sua narrativa. Il “segreto” sta trapelando, l’interesse cresce e si diffonde, alcuni suoi libri stanno uscendo in edizione economica nel Regno Unito, finalmente accessibili al mercato di massa, e nel campo dei comics la fabbrica ligottiana degli incubi fa il suo atteso e gradito bis, secondo appuntamento in una serie annuale che promette di essere longeva.

Curato da Heidi MacDonald con L. Eric Lieb per Fox Atomic Comics/HarperCollins, The Nightmare Factory: Volume 2 si affida ai tratti grafici di Vasilis Lolos (The Last Call, The Pirates of Coney Island), Bill Sienkiewicz (Elektra: Assassin, 30 Days of Night: Beyond Barrow), Toby Cypress (Killing Girl, Batman/Nightwing: Bloodborn, Predator: Home World) e Nick Stakal (Criminal Macabre: My Demon Baby, Strange Girl), conservando le firme di Joe Harris e Stuart Moore che tornano a spartirsi i quattro nuovi adattamenti dei racconti di Ligotti, tratti ancora dall’omonima antologia personale (The Nightmare Factory, Carroll & Graf 1996). Un moderno weird horror che mette in discussione la percezione della realtà, e della propria identità stessa dispersa in un mondo nel quale sfugge ogni certezza; in cui nulla sarà più ciò che appare. Orrore che mina la scontata filosofia del quotidiano, il senso medesimo delle cose al di là dei consueti viscerali appigli del genere. Niente sangue, per esempio, mai spillato in queste pagine: sarebbe risultato superfluo, e l’inchiostro rosso dimostra di avere anche altri scopi.

Gas Station Carnivals è la storia di apertura, scritta da Harris su tavole di Vasilis Lolos. I falsi ricordi di piccole, decadenti e improbabili fiere da luna park collegate a stazioni di servizio segnano l’inizio dell’incubo per uno scrittore. La fiera, e l’immobile, sinistro showman del suo scalcinato spettacolo, nemmeno appartengono alle memorie del protagonista. Così almeno al principio, poiché la sua realtà prende a rimodellarsi in strane vie, manipolata da una volontà di vendetta. Di chi sono i ricordi? Quali di essi i veri?...

Lolos lascia irrompere nel disegno appena i giusti tratti d’irreale, stilizzando la figura grottesca e minacciosa dell’uomo di spettacolo in un ghigno intravisto, e nelle simboliche finiture dell’abito a ricordare uno scheletro.

Sempre di Joe Harris il seguente The Clown Puppet, illustrato da Bill Sienkiewicz con più ambizioso taglio surreale, tra sfumati e drastici contrasti cromatici a farsi carico, fors’anche in eccesso, del tono descrittivo del racconto.

Cambiare vita e lavoro di continuo a nulla vale, e la “visitazione” cui periodicamente va soggetto il personaggio potrebbe pure non esser frutto del suo cupo disagio mentale. L’assurda clownesca marionetta, i cui fili si vedono perdersi nel nulla in tutto il beffardo e insensato irreale del suo manifestarsi, se non uno scopo alcuno potrebbe forse avere degli effetti...

The Chymist, nella riduzione di Stuart Moore, è disegnato da Toby Cypress per l’inchiostrazione di Rico Renzi. L’approccio visivo è qui caricaturale, in una chiave di lettura che dellininterrotto monologo del racconto originale, fra divertito sarcasmo e implicito orrore, sembra voler privilegiare un tono ironico.

Il chimico della vicenda, sola e unica voce narrante, “rimorchia” una prostituta in un locale d’un quartiere piuttosto equivoco, sino ad accompagnarla nella stanza di lei in albergo. Ma di certo i suoi scopi non corrispondono a quel che la sfortunata signorina poteva prevedere...

Di Moore è anche il conclusivo The Sect of the Idiot, coi sobri disegni di Nick Stakal, colorati da Lee Loughridge, scanditi da un lento ritmo d’immagini e didascalie rarefatte.

In uno dei racconti più “lovecraftiani” di Ligotti, i sogni di un uomo solitario, ritiratosi in una vecchia tranquilla cittadina, lo conducono a un enigmatico circolo d’incappucciati il cui aspetto non sembra molto umano. Sempre che sia solo un sogno. Sempre che il sognatore stesso, infine, ancora sia del tutto umano...

Ogni fumetto è preceduto da una pagina introduttiva di Thomas Ligotti. Alle note biografiche finali si aggiungono la riproduzione dell’ottima illustrazione di copertina realizzata da Jon Foster, e una cupa suggestiva tavola di Tim Bradstreet utilizzata dalla Fox Atomic come prima immagine promozionale.

Un buon rapporto, questo, tra letteratura e comics anche considerando le debite difficoltà e differenze d’esito nella trasposizione dall’uno all’altro mezzo. Certamente una preziosa e più vasta vetrina per un particolare horror, quello fantastico e weird, piuttosto lontano dal gusto popolare e consolatorio dei bestsellers. E di un autore che, per abusare ulteriormente delle solite trite analogie, ha oggi per l’evoluzione del genere un’importanza paragonabile a quella che ebbe Lovecraft nel secolo scorso.

In italiano, nel frattempo, è disponibile l’edizione Free Books del primo volume della serie, La fabbrica degli incubi. Il consiglio, agli indecisi e ai potenziali curiosi, è di andare in fumetteria per dargli almeno una sfogliata.

The Nightmare Factory: Volume 2

Based on the stories of Thomas Ligotti

S. Moore, J. Harris, V. Lolos, B. Sienkiewicz, T.Cypress, N.Stakal

Fox Atomic Comics / HarperCollins, 2008

Brossura, stampa a colori, 112 pagine, U.S. $ 17,99

ISBN 978-0-06-162636-4